Italia 2018: una società impaurita e piena di rancore

Insicurezza è la parola chiave che descrive la società italiana nel 2018. Quella descritta dal Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese, il 52° di Censis, è un’Italia alle prese con “un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo” e nella quale si accentuano “lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione”. Insomma, il rapporto descrive uno scenario in cui tutto sembra arretrare, e gli italiani si sentono “incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”.

Ognuno afferma i propri diritti e la mobilitazione sociale perde senso

In questo ecosistema “ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale”, spiega il Censis. Ma qualcosa si sta muovendo: il nostro paese non è privo di “lente e silenziose trasformazioni”, movimenti obliqui che “preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita”. Il nodo cruciale però è che in questo sistema sociale, “attraversato da tensione, paura, rancore”, si “guardi al sovrano autoritario”, aggiunge il Censis, mentre “il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza siano tutte contenute nella non-sovranità nazionale”.

Rabbia, pessimismo, disorientamento e qualunquismo

Dal rapporto emerge inoltre che soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo, per gli altri prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. Su 100 italiani 30 si dicono “arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle”, 28 “disorientati”, 21 vedono negativo: “le cose andranno sempre peggio”, e solo altri 21 guardano alla realtà con uno stato d’animo “positivo”, in quanto “viviamo un’epoca di grandi cambiamenti”.

Inoltre, due italiani su tre sono convinti che “non ci sia nessuno a difendere interessi e identità” e dunque sono costretti a farlo “da soli”. Tanto che a esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione qualunquista (“i politici sono tutti uguali”), è il 49,5% degli italiani.

Dopo il rancore, la cattiveria

“Dopo il rancore, la cattiveria” titola il Censis il capitolo del suo Rapporto annuale dedicato alle radice del sovranismo psichico, sottolineando che “gli italiani sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria”. E la politica e le sue retoriche rincorrono e riflettono un sovranismo instillato nella testa e nei comportamenti degli italiani.

Per uscire da questa situazione, riporta Adnkronos, gli italiani sono pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato mai visto prima d’ora, e allora mostrano una “disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche”.