Virus informatici come il Covid-19: usano un “paziente zero”

Nei primi tre mesi del 2020 sono spuntati i cyber-attacchi che sfruttano il tema del coronavirus, e ne imitano la diffusione. Anche i virus informatici usano infatti un “paziente zero”, spesso un dipendente interno, per colpire industrie e banche italiane. A spiegarlo sono i ricercatori di Yoroi, in occasione dell’uscita del rapporto 2019 sulle minacce informatiche.

“La principale tendenza che abbiamo notato negli ultimi 7-10 giorni – spiega all’Ansa Marco Ramili, AD di Yoroi – è che il coronavirus è usato come tematizzazione per indurre gli utenti ad aprire allegati e cliccare su link malevoli. E il lavoro da remoto non aiuta perché i sistemi aziendali vengono bypassati e gli attaccanti hanno maggiore opportunità di fare breccia nel Pc di una vittima”.

Si attaccano i dipendenti con l’obiettivo di colpire l’azienda

“Qualche settimana fa si attaccavano gli utenti – continua Ramili – oggi invece si attaccano i dipendenti con l’obiettivo di colpire l’azienda di appartenenza. E gli hacker attendono silentemente che il dipendente si connetta alla rete aziendale per poi muoversi lateralmente verso cartelle condivise o portali web interni all’azienda”.

Secondo gli esperti molti grandi gruppi di cybercrime hanno poi sviluppato una sorta di unità criminali, denominate DarkTeams, in grado di coinvolgere direttamente target di alto valore nelle aziende private, ottenendo l’accesso al loro core business installando strumenti ransomware su tutta la rete subito dopo aver cancellato le proprie tracce.

Nel mirino il Made in Italy

In questo modo, i cybercriminali dimostrano di conoscere bene i loro target e di essere in grado di sviluppare movimenti laterali sia dentro sia fuori l’azienda colpita. E infatti, rilevano i ricercatori, se nel 2018 occorrevano 71 ore prima che un arbitrario paziente zero contagiasse gli altri, nel 2019 questo lasso temporale è sceso a sole 3 ore. In particolare, il rapporto spiega che i settori più colpiti dagli attacchi informatici in Italia nel 2019 sono stati il Made in Italy insieme al settore manifatturiero (19,4%), il finanziario (17,9%) e il bancario (12,7%), riporta Ansa.

L’email resta il principale vettore di attacco

Le armi dei cybercriminali prendono spesso le sembianze dell’email, un vettore usato nell’89% degli attacchi. E molti dei malware distribuiti sia sotto forma di email sia di file scaricati sono parte di una catena di infezione più complessa, in grado di installare anche più tipi di malware. Secondo il rapporto aumenta anche l’uso dei trojan (Cavalli di troia per virus malevoli) mentre diminuisce quello di ransomware. Questi ultimi sono attacchi che prendono in ostaggio i sistemi informatici di un’azienda impedendo di accedervi se prima non si paga un riscatto in bitcoin. Provengono soprattutto da Cina, Russia, Brasile e nell’80% dei casi sfruttano allegati e file di Microsoft Office, come documenti Word e fogli di calcolo Excel.

Arriva il packaging bio e intelligente per il cibo

Presto avremo nei nostri carrelli della spesa e nei frigoriferi cibi confezionati in contenitori capaci di cambiare colore se l’alimento non è più buono. Si tratta speciali packaging realizzati in bio materiali e particolari plastiche green sviluppate da materie prime vegetali per possibili applicazioni nell’alimentare, nell’arredamento e nei mezzi di trasporto. La principale caratteristica di queste bio-pellicole ‘intelligenti’ è quella di poter cambiare colore in caso di deterioramento del cibo oppure prolungarne la scadenza. Ma non solo: questi materiali sono anche al 100% biodegradabili e compostabili e soprattutto sono il frutto di un team tutto italiano, quello dei ricercatori del Centro Enea di Brindisi.

Bio plastiche sostenibili e intelligenti
Tutte le caratteristiche di queste bio plastiche sono illustrate nel @Eneainforma – il magazine consultabile on line -: “Sono ricavate dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nel mais e nelle barbabietole, mentre i bio-compositi sono stati ottenuti aggiungendo alla bio-plastica additivi provenienti dagli scarti di lavorazione dei settori agroalimentari tipici del territorio”. “Siamo impegnati da anni nella sfida per la sostenibilità, in linea con i principi dell’economia circolare – spiega Claudia Massaro, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi – ci siamo dedicati allo sviluppo di soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei contenitori a fine vita, in linea con gli obiettivi della direttiva europea” sul bando della plastica monouso al 2021. Ma questo lavoro straordinario, che probabilmente rivoluzionerà il nostro modo di fare la spesa e conservare gli alimenti, vede anche la collaborazione di un’altra istituzione del Mezzogiorno, l’università del Salento. I nuovi materiali sono stati sviluppati aggiungendo alla bioplastica fibre o additivi di origine naturale derivanti da scarti della filiera agroalimentare (lino, canapa, vegetazione olearia, lavorazione del caffè); hanno proprietà meccaniche e di resistenza al fuoco, ed è per questo che possono essere utilizzate anche nell’arredamento e per gli interni dei mezzi di trasporto  come ebrei treni e auto.

Possono sostituire le plastiche “classiche”

Oltre ad avere diversi superpoteri, come “spiccate proprietà antiossidanti e antifungine, molto utili nel packaging alimentare”, possono in primis segnalare il deterioramento del prodotto reagendo “attivamente con l’atmosfera interna della confezione, cambiano colore a seconda dell’ambiente acido-base con cui vengono a contatto, diventando così indicatori dello stato di conservazione del prodotto”. Ma c’è di più: per le loro caratteristiche le “bioplastiche e biocompositi a fine vita subiscono un processo di degradazione che produce sostanze innocue o utili come i fertilizzanti e possiedono caratteristiche chimico-fisiche in grado di sostituire completamente le plastiche di origine fossile”, spiega infine Claudia Massaro.

Top 10 lavori emergenti, 7 in ambito tecnologico

La tecnologia predomina anche fra le professioni emergenti. Tra protezione e gestione dei dati e AI nella classifica delle 10 figure professionali con il tasso di crescita più elevato negli ultimi 4 anni in Italia, 7 posizioni su 10 sono legate allo sviluppo di software e gestione dei dati informatici in ambito business.

La ricerca LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, oltre a stilare la Top 10 dei lavori emergenti, delinea alcune tendenze del mercato del lavoro nel nostro Paese. E se i profili che stanno diventando man mano più ricercati nel nostro Paese riguardano il settore digitale e tecnologico, la figura di Data Protection Officer si posiziona al primo posto dei Most Emerging Jobs in Italia, seguita sul podio dal Salesforce Consultant, e dal Big Data Developer.

Dall’Artificial Intelligence Specialist al Warehouse Operative

Al quarto posto si piazza la figura dell’Artificial Intelligence Specialist, uno dei profili professionali più innovativi e con il tasso di maggior crescita, mentre al quinto il BIM (Building Information Modeling) Specialist, figura tecnica altamente specializzata e deputata all’ottimizzazione di tutte le fasi che riguardano la progettazione, l’edificazione e la gestione della costruzione degli edifici per mezzo di un software. Al sesto posto si posiziona invece il Lending Officer, ovvero il professionista deputato a determinare le pratiche di prestito di un istituto finanziario, mentre al settimo, il Warehouse Operative. Meglio conosciuto come Responsabile Magazzino, è un ruolo professionale che con la crescita dei servizi di e-commerce sta vivendo una vera e propria evoluzione nelle sue mansioni.

Chiude la classifica il Customer Success Specialist

Ottavo e nono posto sono occupati rispettivamente dal Data Scientist e il Cyber Security Specialist. Chiude la Top 10 il Customer Success Specialist, una nuova figura dell’ambito della relazione con i clienti. Ma i nuovi lavori in ambito digitale emergono anche nelle seconde 10 posizioni (Top 20) dei LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, tra le quali spiccano il Robotics Engineer e il DevOps Engineer, posizionate subito dietro alla figura Intensive Care Nurse (undicesimo posto), un profilo infermieristico altamente formato e specializzato. In fondo alla classifica (ventesimo posto), una posizione legata alle tecnologie nell’ambito delle risorse umane, l’Information Technology Recruiter, focalizzato proprio nella ricerca sul mercato del lavoro dei migliori talenti dotati di competenze tecnologiche.

Per il 40% dei recruiter mancano candidati con le giuste competenze digitali

I dati della LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019 ribadiscono quelli emersi nella ricerca Recruiter Sentiment 2019 Italia, svolta da Coleman Parkes per conto di LinkedIn su un campione di oltre 300 responsabili delle Risorse Umane di otto settori industriali. Secondo i responsabili HR italiani tra le competenze professionali fondamentali per entrare e crescere nel mercato del lavoro vi sono quelle in ambito tecnologico e di coding (15%), E i settori industriali nei quali risultano ancora più importanti sono il finance (93%), l’amministrazione (90%), il settore travel (85%) e la sanità (83%). Di fatto però il 40% dei recruiter pensa che non vi siano abbastanza candidati con le giuste competenze digitali rispetto ai posti di lavoro disponibili. Considerando le prospettive dettate dalla Commissione Europea nell’ambito delle competenze digitali, in Italia c’è quindi ancora molto da fare.

Tik Tok pensa in grande, ma la sicurezza dei dati è in dubbio

Tik Tok è l’app cinese più amata dagli adolescenti, perché è un misto tra un social network e YouTube, e permette di postare brevi video accompagnati dalla musica. Secondo la società di analisi Sensor Tower, Tik Tok è stata scaricata un miliardo e mezzo di volte, è presente in oltre 150 Paesi, ed è tradotta in 75 lingue. E negli Stati Uniti il 60% dei 26,5 milioni di utenti attivi mensilmente ha un’età compresa tra i 16 e i 24 anni. Lanciata nel 2017 da ByteDance da allora la piattaforma ha vissuto una crescita vertiginosa, tanto da incalzare le app dell’ecosistema Zuckerberg. E poiché Tik Tok sembra voler ampliare i suoi servizi e sbarcare in Borsa, gli Stati Uniti, impegnati in una guerra commerciale con la Cina, hanno chiesto l’apertura di una inchiesta sul suo funzionamento.

Presto anche streaming, shopping online e uno smartphone

ByteDance sta pensando quindi di capitalizzare questa popolarità aggiungendo servizi e andando all’assalto dei mercati emergenti. I media americani danno infatti per imminente il lancio di un servizio di musica in streaming, in competizione con Spotify e Apple Music, inizialmente in India e Brasile per poi estendersi in mercati più maturi come gli Usa. Sembra infatti che ByteDance avrebbe avviato contatti con le principali major, da Universal Music a Sony Music a Warner Music, per ottenere accordi di licenza globali. La società con sede a Pechino, avrebbe inoltre condotto un test per portare lo shopping online su Tik Tok. E per ampliare la sua platea di giovani sarebbe pronta anche a lanciare un proprio smartphone.

Un’indagine Usa per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”

Secondo indiscrezioni poi smentite, la compagnia tecnologica valutata da Softbank circa 75 miliardi di dollari avrebbe intenzione di quotarsi a breve sulla piazza di Hong Kong. La crescita di popolarità però si accompagna a critiche sulla sicurezza. Negli Stati Uniti, a febbraio scorso Tik Tok è stata condannata dalla Federal Trade Commission a pagare 5,7 milioni di dollari di multa per aver raccolto dati di bambini senza il loro consenso. E qualche settimana fa due senatori, Charles Schumer e Tom Cotton, hanno chiesto all’intelligence di aprire un indagine sul social cinese per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”. Mentre, un altro senatore, Marco Rubio, accusa l’app di censura politica su argomenti sensibili come le proteste di Hong Kong.

Anche l’Italia si preoccupa

A un anno di distanza dallo sbarco nel nostro Paese anche in Italia c’è attenzione per Tik Tok. In particolare, da parte di artisti e politici come Matteo Salvini e Giorgio Mulè di Forza Italia, che ha chiesto al governo di accendere un faro sull’app “con milioni di video e dati personali caricati da ragazzini”.

Da parte sua, il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, senza mai menzionare l’app ha parlato “di un social nuovo, creato ad arte da uno Stato per controllare i propri giovani”.

Italiani più sportivi, palestre in 5 anni quasi +24%

Tutti pazzi per il fitness, e le palestre sono sempre più numerose e più frequentate. Un business in continua crescita, quindi, perché gli italiani sono sempre più attenti alla forma fisica, e sempre più appassionati alle manifestazioni sportive. Tanto che negli ultimi 5 anni, dal 2014 al 2019, palestre e circoli sportivi in Italia sono cresciuti del 23,9%, toccando i 23 mila operatori. Lo “zoccolo duro” del comparto è rappresentato da organizzazioni sportive e promozione di eventi legati allo sport, un ambito nel quale al 30 giugno scorso operavano 8.127 imprese, pari al 35% del totale. Una percentuale intorno al 22% è invece rappresentata dalle altre componenti dell’offerta imprenditoriale sportiva nazionale, come la gestione di impianti (5.167 attività), palestre (5.100), e club sportivi (4.986).

La Lombardia è la regione più “in forma”, con oltre 4.000 attività

Come mostrano i dati Unioncamere – InfoCamere al 30 giugno scorso, rispetto a quelli 2014 è la Lombardia la regione più “in forma”, con oltre 4 mila attività registrate, e incrementi di tutto rilievo nel periodo considerato, sia tra le palestre sia tra i club sportivi. Al secondo posto il Lazio, con quasi 3 mila attività, e al terzo l’Emilia Romagna, con oltre 2 mila. In termini di variazione percentuale nei cinque anni considerati, però, al primo posto si colloca il Lazio (+30,4%), seguito dalle Marche (+30,2%) e dal Veneto (+30%).

Roma è la numero uno a livello provinciale

A livello provinciale, Roma è in pole position per il maggior numero di imprese del settore, con oltre 2.500 attività, seguita da Milano, con quasi 1.500, e Torino, che sfiora quota mille. La coppia Roma-Milano è al vertice della classifica anche in termini di aumento delle attività appartenenti a questo comparto tra il 2014 e il 2019: +574 a Roma e +378 a Milano, grazie soprattutto alla crescente diffusione delle palestre (+113), riporta Adnkronos.

Rispetto a giugno 2014 a Biella le strutture sportive sono più che raddoppiate

Anche nelle realtà provinciali più piccole, però, oggi i cittadini possono contare su una rete crescente di attività specializzate nel fitness. A Biella, ad esempio, rispetto a giugno 2014 le strutture sportive sono più che raddoppiate. Tanto che a fine giugno 2019 la provincia registra un incremento di imprese del settore del 64%.

Alta la crescita anche a Imperia (+48,9%), e a Vercelli (+47,7%). Mentre aumenti di oltre il 40% contraddistinguono anche le province di Trieste, Catanzaro, Savona, Ravenna, Lodi, Caserta e Pescara.

Italiani, più attenti alla privacy, ma ancora semianalfabeti digitali

I cittadini italiani iniziano a prestare una maggiore attenzione alla tutela dei propri dati personali durante la navigazione online. Da pc come da dispositivi mobili, l’attenzione alla propria privacy, e l’uso di piccoli accorgimenti per navigare in modo più consapevole e sicuro, sembrano crescere tra i nostri connazionali. Restano però da colmare alcune lacune per quanto riguarda le competenze digitali, e la conoscenza del linguaggio informatico. Si tratta dei risultati di una ricerca condotta da Boole Server, il vendor italiano di soluzioni per la protezione dei dati.

Primo passo verso la sicurezza, la scelta della password

Per quanto riguarda la scelta della password, gli italiani hanno imparato a utilizzare password diverse per diversi account. Ma alla luce delle risposte fornite dagli intervistati, emerge che se le donne sembrano più virtuose degli uomini, dichiarando di utilizzare password differenti per account diversi, al contempo ammettono di avere l’abitudine di memorizzare le stesse su cellulari, note o agende. Quanto agli uomini, la metà di coloro che hanno risposto al questionario ha dichiarato di utilizzare la stessa password per account diversi, mentre l’altra metà ha affermato di affidarsi a un generatore di password.

Attenti al phising, ma diffidenti verso le reti Wi-Fi pubbliche

Un segnale positivo, riporta Askanews, arriva dalle risposte sulle domande poste in merito al rischio di phishing, la tecnica utilizzata dai cybercriminali per rubare dati soprattutto dalle pagine di posta elettronica. La quasi totalità degli intervistati ha infatti risposto di controllare scrupolosamente il mittente delle mail prima di accedere al contenuto. Non conosce vie di mezzo, invece, il rapporto dei cittadini con le reti Wi-Fi pubbliche: se metà degli intervistati afferma di nutrire una profonda diffidenza per questo genere di rete, ed evita di effettuare il collegamento, l’altra metà pur di navigare gratis accetta tutte le policy senza leggere la relativa informativa.

Tanti cittadini non usano gli stessi strumenti di sicurezza dei pc anche sui cellulari

Diversa la percezione, in termini di tutela dai rischi, tra il pc e il telefono cellulare. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di non effettuare il log-out dai propri account su mobile in caso di momentanea sospensione dell’utilizzo del proprio dispositivo, affidando la difesa dell’accesso fraudolento al proprio smartphone a sistemi di blocco tramite riconoscimento facciale, impronta digitale o password. Un comportamento sintomo del fatto che ancora tanti cittadini non prestano lo stesso grado di attenzione e non usano gli stessi strumenti di messa in sicurezza dei computer anche sui cellulari. In realtà, attraverso questi ultimi si ha accesso all’intera vita digitale dell’utente, dalle app dei social network a quelle di messaggistica, per non parlare dei profili bancari e sanitari.

 

 

Italia 2018: una società impaurita e piena di rancore

Insicurezza è la parola chiave che descrive la società italiana nel 2018. Quella descritta dal Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese, il 52° di Censis, è un’Italia alle prese con “un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo” e nella quale si accentuano “lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione”. Insomma, il rapporto descrive uno scenario in cui tutto sembra arretrare, e gli italiani si sentono “incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”.

Ognuno afferma i propri diritti e la mobilitazione sociale perde senso

In questo ecosistema “ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale”, spiega il Censis. Ma qualcosa si sta muovendo: il nostro paese non è privo di “lente e silenziose trasformazioni”, movimenti obliqui che “preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita”. Il nodo cruciale però è che in questo sistema sociale, “attraversato da tensione, paura, rancore”, si “guardi al sovrano autoritario”, aggiunge il Censis, mentre “il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza siano tutte contenute nella non-sovranità nazionale”.

Rabbia, pessimismo, disorientamento e qualunquismo

Dal rapporto emerge inoltre che soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo, per gli altri prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. Su 100 italiani 30 si dicono “arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle”, 28 “disorientati”, 21 vedono negativo: “le cose andranno sempre peggio”, e solo altri 21 guardano alla realtà con uno stato d’animo “positivo”, in quanto “viviamo un’epoca di grandi cambiamenti”.

Inoltre, due italiani su tre sono convinti che “non ci sia nessuno a difendere interessi e identità” e dunque sono costretti a farlo “da soli”. Tanto che a esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione qualunquista (“i politici sono tutti uguali”), è il 49,5% degli italiani.

Dopo il rancore, la cattiveria

“Dopo il rancore, la cattiveria” titola il Censis il capitolo del suo Rapporto annuale dedicato alle radice del sovranismo psichico, sottolineando che “gli italiani sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria”. E la politica e le sue retoriche rincorrono e riflettono un sovranismo instillato nella testa e nei comportamenti degli italiani.

Per uscire da questa situazione, riporta Adnkronos, gli italiani sono pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato mai visto prima d’ora, e allora mostrano una “disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche”.

Scuola: ragionieri i più richiesti dalle imprese milanesi

Sono oltre 31 mila i posti offerti dalle imprese lombarde per chi è uscito dalle scuole superiori o professionali. Nel solo mese di settembre 26 mila posti sono ricercati a Milano, 4.000 a Monza Brianza, e 750 a Lodi. E fra questi è ancora il ragioniere con indirizzo amministrazione, finanza e marketing, il diplomato più richiesto dalle imprese milanesi: quasi 4.000 a Milano (8,7%), circa 700 posizioni richieste a Monza Brianza (10,4%), e a Lodi 80 (6,7%).

È quanto emerge da un’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi su dati Sistema Informativo Excelsior per il mese di settembre, realizzato da Unioncamere in collaborazione con ANPAL.

Diplomati in informatica e Tlc: le imprese di Milano faticano a trovarli

Se a Milano poi quasi 3.000 posti di lavoro sono destinati a chi ha scelto l’indirizzo professionale in ristorazione (2.720 entrate previste in un mese) tra i neodiplomati usciti dalla scuola secondaria le imprese faticano a trovare soprattutto diplomati in informatica e telecomunicazioni, con il 42,6% di difficile reperimento.

A Monza, invece, non si trovano diplomati nel settore moda (53,4%), e a Lodi nel turismo (58,5%).

Per chi esce dalla scuola superiore del capoluogo, oltre all’indirizzo in amministrazione, finanza e marketing, i diplomi più ricercati sono poi quelli a indirizzo meccanico, meccatronico, energetico (910), elettronico (830), e il settore turismo, enogastronomia e ospitalità (660). Nella scuola professionale, oltre all’indirizzo in ristorazione, va forte quello nei servizi di vendita (1.220).

Un business da 4,5 miliardi

Secondo dati della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, su fonte registro imprese al secondo trimestre 2018, in Lombardia il business della scuola vale 4,5 miliardi, con 6.500 imprese attive e 36 mila addetti. Si tratta di un settore abbastanza stabile in cui crescono soprattutto i corsi extra (tra corsi sportivi e ricreativi e di lingue). Prima è Milano, con 2.900 imprese e oltre 18 mila addetti, poi Brescia (650 imprese e 4 mila addetti), Bergamo (539 imprese e 2.800 addetti), Varese e Monza (circa 500 imprese e 2.500 addetti ciascuna), Como e Pavia (circa 300 imprese l’una, e rispettivamente 1.600 e 900 addetti).

I settori più coinvolti a Milano? Meccanica, turismo, informatica e licei, a Monza meccanica, elettronica, turismo, benessere e legno. E a Lodi, turismo, elettronica, benessere, edilizia

“Uno strumento di orientamento che connette domanda e offerta”

“La Camera di commercio realizza un monitoraggio costante e aggiornato sui titoli di studio più richiesti dalle imprese – spiega Massimo Ferlini, presidente di Formaper, azienda speciale della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – uno strumento di orientamento utile per connettere la domanda e l’offerta di lavoro”.

Molte richieste, infatti, circa una su dieci a Milano, riguardano profili di difficile reperimento “E la Camera di commercio, in collaborazione con la sua azienda speciale Formaper –  continua Ferlini – promuove l’attivazione di percorsi di alternanza scuola lavoro, affinché scuole e imprese progettino insieme percorsi didattici per formare i giovani alle figure professionali più richieste”.

Facebook sperimenta l’opzione non mi piace, ma solo sulle pagine pubbliche

Da tempo gli utenti chiedono a Facebook di inserire il tasto “non mi piace”, o dislike, e il social network di Mark Zuckerberg ora pare lo stia testando. Secondo il sito Daily Beast, l’opzione downvote, così viene anche chiamata, è infatti comparsa come test sulle bacheche di alcuni utenti. Un portavoce di Facebook però ha negato alla testata che si tratti esattamente del tasto “non mi piace”.

“Stiamo sperimentando su un piccolo gruppo di utenti Usa una funzione che possa permettere alle persone di darci riscontri ai commenti delle pagine pubbliche”, ha dichiarato il portavoce della piattaforma. Quindi, per ora, non c’è niente di ufficiale, e in ogni caso sarebbe in funzione solo sulle pagine pubbliche del social, e non sui profili privati degli utenti.

Poter motivare la valutazione al ribasso

La nuova opzione sembra poter dare agli utenti la possibilità di valutare al ribasso alcuni contenuti non apprezzati, come commenti degli utenti, immagini o notizie. Se si clicca sul tasto compaiono infatti una serie di possibilità di motivazione, come ‘offensivo’, ‘ingannevole’, o ‘fuori tema’, che darebbero la possibilità di esprimersi su un contenuto opinabile, irrilevante, sgradito, oppure su una fake news. Questo, almeno, l’obiettivo della nuova opzione.

Dal semplice like alle reazioni

Il tasto “mi piace”, quello col famoso pollice blu rivolto all’insù, è stato lanciato da Facebook nel febbraio del 2009. E questa sarebbe la prima volta che il social network testa una funzione simile al tasto “non mi piace”. Ma una novità intermedia già è comparsa nel 2016, quando il social ha aggiornato la possibilità di valutare un contenuto con le Reactions, una serie di immagini grafiche ed espressive che hanno l’aspetto di emoji, di faccine, e che quindi vanno oltre il classico like. Si tratta di cinque reazioni emotive da poter scegliere per dare più espressività al semplice pollice di consenso: Love (il cuore), Haha (la faccina che ride), Wow (la faccina stupita), Sad (la faccina con lacrima), e Angry (la faccina infuriata).

I dubbi di Facebook a inserire il tasto dislike

Proprio in occasione del lancio delle Reactions, riporta una notizia Ansa, Facebook spiegò a Bloomberg che non era intenzionato a inserire il tasto con il pollice all’ingiù per non diffondere negatività sulla piattaforma. Ma qualcun altro l’ha già fatto al posto suo. L’opzione dislike infatti è già presente sulla piattaforma Reddit, un incrocio tra blog e social network, molto popolare negli Usa. Ma anche su YouTube, la celebre piattaforma di condivisione di video, film e video musicali.

Facebook, parte la battaglia alle fake news

Facebook punta alla “qualità”, sia del tempo speso sulla piattaforma sia delle notizie che appaiono. L’obiettivo del 2018, per il colosso dei social network, è infatti “Assicurarci che il tempo che passiamo tutti su Facebook sia tempo ben speso”, come dice lo stesso Mark Zuckerberg in un lungo post. Nello stesso messaggio, il numero uno di FB annuncia anche l’intenzione di valutare l’affidabilità delle notizie. “Per assicurarci che le news siano di qualità – scrive il fondatore di Facebook – ho chiesto ai nostri product team di essere sicuri che il gruppo dia priorità a notizie affidabili, capaci di informare e locali”.

Obiettivo qualità

“C’è troppo sensazionalismo, disinformazione e polarizzazione nel mondo di oggi e i social media consentono alle persone di diffondere informazioni più velocemente di quanto non sia mai accaduto e, se non affronteremo in modo specifico questo problema, allora finiremo per amplificarlo. Ecco perché è importante che il News Feed promuova notizie di alta qualità” scrive ancora Zuckerberg.

L’affidabilità delle fonti affidata alla community

“Abbiamo deciso che il fatto che la comunità determini quali fonti siano ampiamente affidabili offra una maggiore obiettività” si legge nel post del papà di Facebook. “La mia speranza è che questo aggiornamento sull’attendibilità delle notizie e l’aggiornamento della scorsa settimana sulle interazioni significative contribuirà a rendere il tempo su Facebook ben speso”.

Le fake si combattono anche rompendo il circuito economico

Agli annunci di Zuckerberg ha fatto eco anche la dichiarazione di Sheryl Sandberg, numero due di Facebook. In una conferenza a Bruxelles sul rapporto tra i social network e la diffusione di notizie false, Sandberg ha detto che per contrastare il fenomeno occorre “rompere il circuito economico” che genera. “Spesso la vera motivazione delle fake news non è politica ma economica: le persone scrivono questi titoli per ottenere click e fare soldi”, ha spiegato il direttore operativo, sottolineando gli sforzi del colosso di Menlo Park per “impedire a chi genera fake news di far parte delle nostre reti pubblicitarie, togliendo loro gli incentivi finanziari”. Ecco perché “Stiamo investendo in intelligenza artificiale e creando nuovi standard di trasparenza, cerchiamo di rimuovere gli account falsi; non riusciremo mai a fermare le fake news completamente, ma possiamo migliorarci a livello preventivo”. Anche il cambiamento dell’algoritmo relativo alla visualizzazione dei post sulla propria bacheca va in questa direzione: “Dando la priorità alle interazioni che provengono da famigliari e amici, prevediamo che il tempo passato dagli utenti su Facebook diminuirà, ma potremo offrire loro una qualità migliore di questo tempo e dei nostri servizi” ha concluso Sheryl Sandberg.