Pagamenti on line: vince la praticità o la sicurezza?

Sempre di più, nella vita quotidiana, utilizziamo formule di pagamento per gli acquisti digitali. Ma, in questo scenario sempre più definito e consueto, a cosa stanno attenti i nostri connazionali? O meglio, cosa cercano i consumatori italiani? In linea generale, in Italia gli utenti si dichiarano frustrati dai sistemi di pagamento troppo complessi e lenti, ma d’altro canto sono pignoli in fatto di sicurezza quando si tratta di acquisti on line: è questo il “verdetto”  dello studio “Sicurezza vs praticità nei pagamenti on line” realizzata da GoCardless, mentre l’Europa si prepara a introdurre la normativa PSD2 per i digital payment. L’indagine è stata condotta su un campione di 6.000 consumatoti in 6 paesi europei, Italia compresa.

Gli italiani i più “attenti”…

La ricerca mette in luce che gli italiani sono particolarmente prudenti. Il 69% dei consumatori dello Stivale mette al primo posto la sicurezza quando effettua acquisti on line. Questo dato, seppur maggiore nel nostro Paese, è simile per tutti i mercati coinvolti nel sondaggio: 62% in Francia, 61% in Germania, 58% in Spagna, 55% in UK e 46% in Olanda. Di interesse i risultati dell’Olanda e dell’Inghilterra, che vedono i consumatori divisi reciprocamente con un 50% e un 43% che pensa che “velocità e facilità” vengano al primo posto negli acquisti on line, contro il 29% degli italiani, il 17% degli spagnoli, il 32% dei francesi e il 33% dei tedeschi.

E anche i meno pazienti

Lo studio ha poi esaminato i comportamenti degli utenti nel corso dello shopping on line. In Italia, il 39% degli intervistati ha dichiarato di aver abbandonato un acquisto perché i processi per la sicurezza del pagamento erano troppo complessi e lenti, contro il 44% di UK, il 48% della Germania, il 40% della Spagna, il 33% della Francia e il 47% dell’Olanda. Sempre in Italia, il 42% del campione interrogato ha risposto che si sentirebbe frustrato se il brand preferito introducesse nuovi processi di sicurezza, mentre il 50% apprezzerebbe un metodo di pagamento a basso rischio come l’addebito diretto, per evitare i sistemi di check-out. Lo studio ha anche rilevato come un numero significativo di persone si senta a disagio nel fornire dati personali per una corretta protezione dalle frodi: il 41% dei consumatori italiani interpellati dichiara che la necessità di dare informazioni personali o utilizzare strumenti biometrici li fa sentire al sicuro, mentre il 34% è sospettoso, il 16% si sente frustrato e il 17% è indifferente. I dati sono particolarmente interessanti perché arrivano a pochi mesi dall’introduzione della Strong Customer Authentication (SCA), che definisce gli standard di sicurezza in grado di supportare le tecnologie più all’avanguardia nei pagamenti digitali, come le soluzioni di autenticazione biometrica, e che entrerà in vigore il prossimo settembre nell’ambito della Direttiva europea PSD2. Secondo la nuova regolamentazione gli utenti dovranno fornire due serie di dati per autenticare un acquisto on line – che potrebbero essere una password o PIN, un’autenticazione biometriche o informazioni sul dispositivo, ad esempio un numero di cellulare.

La regina del Dop e l’Igp è la Toscana

Con 58 riconoscimenti nel vino e 31 nell’alimentare la Toscana è la regina per numero di Dop e Igp. Tante eccellenze legate ai territori di produzione, che vanno da salumi come la Finocchiona e il lardo di Colonnata alla carne di Cinta senese, da produzioni di nicchia, come il farro della Garfagnana e la Castagna del Monte Amiata, a dolci rinomati come i Ricciarelli e il Panforte di Siena.

Tuttavia, il valore economico del settore alimentare toscano è debole rispetto sia a quello di altre regioni sia a quello del suo stesso settore enologico. Lo conferma la ricerca elaborata dall’Ismea in occasione della prima edizione di Buyfood Toscana, la vetrina internazionale dell’enogastronomia di Siena.

Per valore prodotto, è 2a per il vino e 9a per l’alimentare

Complessivamente l’agroalimentare toscano genera un valore aggiunto di 3,5 miliardi. Nell’ambito del vino la Toscana costituisce la seconda regione per valore prodotto, con 926 milioni di euro contro i 3,1 miliardi del Veneto, mentre nell’alimentare a indicazione geografica si colloca alla 9° posto, con 111 milioni di euro. Questo valore non considera però il comparto dei prodotti della panetteria e pasticceria, che in Toscana riveste un ruolo rilevante, e che a una prima stima dovrebbe aggirarsi sui 20 milioni di euro, e potrebbe portare il valore complessivo del Dop e Igp vicino a 130 milioni di euro.

Carni e salumi in testa, Grosseto prima provincia per il food

Tra i prodotti a indicazione geografica del food, il settore principale in termini di valore generato nella regione è quello dei prodotti a base di carne (50 milioni di euro), che comprende i salumi, con 4 Igp e 2 Dop. Seguono i formaggi (30 milioni di euro), e l’olio, con un valore poco superiore ai 20 milioni di euro, le carni fresche (sopra i 12 milioni di euro), e i prodotti vegetali, con 500 mila euro circa. A livello di singola provincia toscana, riferisce Adnkronos, la più importante in termini di valore prodotto in ambito Ig-food è Grosseto (35 milioni di euro di valore della produzione), seguita da Siena (24 milioni di euro), e Arezzo, con 18 milioni di euro.

Export da 50 milioni di euro

I due comparti dove la Toscana è più rilevante a livello nazionale sono l’olio (18 milioni di euro) e le carni fresche (12,4 milioni di euro), in cui si colloca al 2° posto dopo la Sardegna. L’agroalimentare toscano di qualità ha potenzialità da esprimere anche in ambito export, con un valore totale stimato di 50 milioni di euro, e un’incidenza del 4% sull’export agroalimentare regionale. I principali mercati di destinazione delle indicazioni geografiche toscane del food sono gli Usa (quota 38%), la Germania (21%), il Regno Unito (13%), il Canada (5%), e il Giappone (3%). Cinque destinazioni che coprono circa l’80% dell’export dei prodotti a indicazione geografica toscani.

Energia rinnovabile, nel 2018 l’Italia raggiunge il 18,1% del fabbisogno energetico

Dopo aver superato gli obiettivi europei al 2020 in materia di consumi energetici coperti da fonti rinnovabili nel 2018 l’Italia ha raggiunto il 18,1% del fabbisogno energetico totale da fonti rinnovabili. E il 34,4% di consumi di energia elettrica sono coperti da impianti di produzione a fonti rinnovabili. Questo significa che ogni 10 kWh prodotti in Italia più di 3 sono verdi. Quanto all’impatto ambientale, le attività portate avanti dal Gestore dei servizi energetici hanno consentito di risparmiare 45 milioni di tonnellate di Co2 e quasi 117 milioni di barili equivalenti di petrolio. E di attivare investimenti nel settore green per circa 2,6 miliardi di euro.

Aumenta la produzione principalmente grazie all’idroelettrico

Secondo il Rapporto Attività 2018 del Gse lo scorso anno i 54,4 Gw (1 Gw in più rispetto al 2017) di potenza istallata per oltre 800.000 impianti hanno generato 114,7 TWh di energia elettrica, incrementando così la produzione da fonti rinnovabili in Italia di 11 TWh rispetto al 2017, principalmente grazie all’idroelettrico. I costi sostenuti dal Gse per l’incentivazione e il ritiro dell’energia elettrica sono stati di 13,4 miliardi di euro, in calo rispetto ai 14,2 miliardi di euro del 2017, per via del termine del periodo incentivante di impianti certificati verdi, oltre che per una minor produzione fotovoltaica.

Bollette: abbattimento della componente Asos di quasi un miliardo di euro

Il netto degli incentivi in bolletta è stato nel 2018 di 11,6 miliardi di euro. Si tratta di un abbattimento della componente Asos (ex componete A3 della bolletta elettrica) di quasi un miliardo di euro rispetto ai 12,5 miliardi del 2017. Complessivamente nel 2018 le attività del Gse hanno consentito di destinare alla promozione della sostenibilità circa 15,4 miliardi di euro, di cui 11,6 miliardi per l’incentivazione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, 1,7 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 600 milioni relativi ai biocarburanti e 1,4 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dall’Ets (Emission trading scheme), riporta Adnkronos.

Individuare ambiti d’investimento orientati a una crescita ecocompatibile

Il Gse ha supportato oltre 1.500 Comuni italiani nell’individuazione di ambiti d’investimento orientati a una crescita ecocompatibile, e alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici. Sottoscrivendo diversi protocolli d’intesa con grandi città, Milano e Roma in primis, e Regioni, è stato ampliato il perimetro delle attività di supporto del Gse alle Pubbliche Amministrazioni.

E sul fronte della formazione, con il progetto “Gse incontra le scuole”, nel 2018 sono stati coinvolti oltre 4.200 studenti di 40 scuole sui temi e sui valori della sostenibilità ambientale, delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.

 

Globetrotter per professione: le otto città dove è più facile trovare lavoro

Da Berlino a Madrid, da New York a Ginevra fino a Melbourne e Auckland dall’altra parte del globo. Sono otto le città del mondo dove è più facile e più remunerativo trovare lavoro. La classifica delle migliori capitali del business, nonché un’ottima indicazione per chi ha deciso di provarci all’estero, è il frutto di un’analisi condotta da Eurocultura, il portale di mobilità internazionale. Si scopre così che Berlino è la patria delle start up mentre Seul in Corea del Sud, ad esempio, è la scelta vincente per chi ha un solido bagaglio tecnologico. Insomma, in diversi Paesi i lavori e i percorsi di carriera per soggetti qualificati stanno iniziando a comparire con grande rapidità. E in diverse città, che hanno già saputo adattarsi a un mondo sempre più globale e connesso,  sono disponibili nuovi posti di lavoro. Non resta che prenderli.

Berlino per le start up

In base alle rilevazioni di Eurocultura, la capitale tedesca è uno dei primari centri d’Europa per le start up. Entro il 2020, sono attesi oltre 100.000 nuobvi posti di lavoro. Gli altri settori che “corrono” i servizi economici e finanziari, l’amministrazione, l’industria di trasformazione, la produzione automobilistica, il commercio, il turismo, gli alberghi e i ristoranti.

Ginevra per la finanza

La seconda città più popolata della Svizzera è la mecca di grandi gruppi finanziari: conviene trasferirsi qui se si ha un ottimo know how in materia. Ma ci sono pure le sedi ci compagnie attive nei settori del petrolio, dell’industria, del commercio internazionale, della farmaceutica, della comunicazione.

Madrid per il terziario 

La crisi ormai alle spalle, la capitale spagnola ha un’economia basata principalmente sul settore terziario: spazio ai servizi finanziari e commerciali, all’industria, all’edilizia, all’agro-alimentare, alla tecnologia, all’informazione e della comunicazione. Senza ovviamente dimenticare il turismo.

New York, quello che si vuole c’è

La Grande Mela è ancora il centro di tutto. E offre lavoro in qualunque settore, principalmente nel comparto bancario e finanziario, nelle spedizioni, nei trasporti, nell’assistenza sanitaria, nella vendita al dettaglio, nei servizi professionali e tecnici, tempo libero e ospitalità.

Vancouver economia green

Splendida città canadese, considerata tra le iù vivibili al mondo, sta registrando un exploit nei settori della finanza, della tecnologia, del cinema e dei servizi personali. E ovviamente dell’economia verde in tutte le sue forme.

Melbourne la creativa

L’australiana Melbourne sta vivendo una particolare dinamicità nei comparti: finanza, biotecnologie, arte e design creativo, istruzione superiore, vendita al dettaglio e servizi. Bene anche la moda e il turismo.

Auckland hi-tech

La lontanissima Auckland, in Nuova Zelanda, ha un’economia particolarmente favorevole.. Specie in questi settori: tecnologia, servizi commerciali e finanziari, industria alimentare e delle bevande, turismo, cinema, edilizia,  attività marittime e istruzione internazionale.

Seul al top

Centro politico, culturale, sociale ed economico più importante della Corea del Sud, è al top per le tecnologie emergenti, la moda e il design architettonico. Oggi è una delle più forti economie mondiali.

Microimprese, la metà chiude entro i primi 2 anni

Delle 235.985 imprese individuali nate nel 2014, 88.184 sono cessate entro il 30 giugno 2018, e di queste 48.377 entro il 2015. In pratica una microimpresa su due chiude nei primi due anni di vita, e solo 3 su 5 sopravvivono a cinque anni dalla nascita. E appena il 5% di chi “non ce la fa” si rimette in gioco.

È quanto emerge dalla fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’universo delle realtà imprenditoriali a gestione individuale, le cosiddette microimprese. Sono molte infatti le iniziative che non superano il primo anno di età: solo nel 2014 sono nate e morte 20.538 imprese. La selezione “darwiniana” è più forte nei settori del turismo, in cui il 43,5% chiude entro il primo lustro, dei servizi alla persona (40,1%) e dell’assicurazione e credito (39,6%).

La mappa delle imprese più resilienti

Nelle diverse regioni le imprese più resilienti sono quelle della Lucania (solo il 30,5% non supera il primo quinquennio), seguite dalle sarde (30,7%) e le trentine (31,3%). L’emorragia è più forte, invece, tra i titolari dell’Emilia Romagna (40%), Toscana (39,9%) e Piemonte(39,5%). Al Sud e nelle Isole si registra in media una percentuale inferiore di chiusure, forse perché qui più che altrove la via dell’impresa e del lavoro autonomo rappresenta spesso la sola prospettiva di sbocco occupazionale e di reddito a cui ci si aggrappa nonostante le difficoltà.

Nel Centro-Nord maggiore propensione a ritentare la carta

Nel Mezzogiorno però chi chiude quasi mai si rimette in proprio. Viceversa, secondo il rapporto Unioncamere, nelle regioni del Centro-Nord emerge una maggiore propensione a ritentare la carta dell’imprenditorialità. I più audaci sono i titolari della Valle D’Aosta (9,8%), Lombardia (8,2%) e Veneto (7,1%).

Dall’analisi delle business community straniere, inoltre, la mortalità più elevata si registra tra le imprese con un titolare cinese, per le quali il 47,7% ha chiuso l’attività entro i primi cinque anni. Seguono le realtà a guida indiana (44,1%), riferisce una notizia Ansa, e rumena (42,3%).

I titolari cinesi si rimettono in gioco nel 15% dei casi

Ma se sono in molti a scoraggiarsi e a rinunciare al sogno di mettersi in proprio, ancora una volta i titolari cinesi si smarcano dagli altri rimettendosi in gioco nel 15% dei casi (contro il 5% delle media). Più audaci di loro sono solo i pakistani, che oltre a essere tra i più resistenti, il 29,5% chiude i battenti entro cinque anni contro la media del 37,4%, sono anche i più disposti a mettersi nuovamente alla prova. dei microimprenditori pakistani riapre i battenti nel 18,8% dei casi.

Mercato dell’auto, nel 2018 prosegue la frenata

Durante il 2018 le auto immatricolare sono state 1,9 milioni, il 3,1% in meno rispetto al 2017. Quella appena trascorsa non è stata quindi una buona annata per il mercato automobilistico, che inoltre ha registrato un calo del 3,3% anche per quanto riguarda i trasferimenti di proprietà di auto usate, risultati pari a 4,4 milioni. Nell’ultimo mese dell’anno però, secondo i dati del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, sono state immatricolate 124.078 autovetture, con una variazione positiva del +1,96% rispetto a dicembre 2017. E nello stesso mese sono stati registrati 337.269 trasferimenti di proprietà di auto usate, questa volta con una variazione negativa del -5,23% rispetto a dicembre 2017. Nel mese di dicembre 2018 il volume globale delle vendite (461.347 autovetture) ha quindi interessato per il 26,89% auto nuove e per il 73,11% auto usate.

“Un andamento instabile delle immatricolazioni”

“L’anno appena concluso ha avuto un andamento instabile delle immatricolazioni” commenta Adolfo De Stefani Cosentino, presidente di Federauto, la Federazione dei concessionari auto italiani. La seconda parte dell’anno è stata infatti rallentata per effetto dell’entrata in vigore del nuovo ciclo di omologazione WLTP, e dal conseguente “forte impegno delle reti di vendita per smaltire gli stock di vetture già targate in precedenza – continua De Stefani Cosentino – nonché per l’indebolimento generalizzato delle prospettive di crescita del nostro Paese”.

Anche il 2019 non si prospetta roseo

”Per quanto riguarda le previsioni per il 2019 – prosegue il presidente di Federauto – ci aspettiamo un anno difficile per il settore, sul quale graverà l’impatto negativo determinato dall’ecotassa, introdotta dalla legge di Bilancio 2019, che sarà operativa sulle immatricolazioni di autovetture nuove con emissioni di CO2 oltre 160 g/Km a partire dal 1° marzo 2019″.

L’aggravio di costo previsto, riferisce Adnkronos, sarà variabile da 1.100 a 2.500 euro, e peserà su moltissimi modelli di automobili diffusi sul mercato, anche di fascia media, determinando presumibilmente un’ulteriore flessione dell’immatricolato rispetto ai volumi 2018. L’acquisto di auto elettriche e ibride non basterà a fermare il calo delle immatricolazioni La prevista ulteriore flessione delle immatricolazioni, e l’introduzione del WLTP, la norma globale che determina i livelli di inquinanti e emissioni di CO2, il consumo di carburante o di energia e la gamma di veicoli elettrici leggeri, non sarà però compensata dagli acquisti di auto elettriche e ibride, che beneficeranno del bonus governativo.

“Inoltre – aggiunge De Stefani Cosentino – non ci aspettiamo alcun effetto sul rinnovo del vetusto parco circolante (età media di 10,8 anni), che contraddistingue il nostro Paese”. Che, al contrario, secondo De Stefani Cosentino “necessiterebbe di maggior attenzione da parte del legislatore”.

Lombardia, gli antichi mestieri “valgono” 7 miliardi

Coltivatore, lavandaia, panettiere, sarto: sono alcuni degli antichi mestieri più diffusi, quelli di una volta, ancora oggi ampiamente praticati.  Infatti danno lavoro a 862 mila addetti in Italia e quasi 100mila in Lombardia, per un giro d’affari che ammonta a circa 7,3 miliardi di euro in regione.  Secondo l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, su dati Registro Imprese e dati Aida – Bureau van Dijk, la città lombarda capofila degli antichi mestieri è, a sorpresa, Milano. Nel capoluogo infatti ci sono 8.293 imprese e 26 mila addetti. Seguono in classifica Brescia (7.964 imprese e 12 mila addetti) e Mantova (6.844 imprese e circa 8mila addetti).

Agricoltura, la sfida dell’innovazione

L’agricoltura è il primo settore per numero di attività (632mila). Anche per questo riveste un ruolo chiave nel guidare l’innovazione e soprattutto il rapporto tra tradizione e innovazione.

“L’agricoltura – spiega Giovanni Benedetti, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – è strettamente legata al territorio e alle sue tradizioni. Da qui nasce la distintività che contraddistingue le nostre produzioni e che ha reso grande il Made in Italy agroalimentare nel mondo. Per stare al passo con i tempi, però, oggi è sempre più necessario che le imprese agricole imparino a coniugare il sapere e i sapori della tradizione con l’innovazione nei processi e nei canali di vendita, senza mai dimenticare la sostenibilità, la qualità e la sicurezza della filiera dal campo alla tavola”.

I giovani e gli stranieri “motore” dei lavori antichi

I giovani e gli stranieri sono decisamente rappresentati nel settore degli antichi mestieri. Gli imprenditori under 35 impegnati nei lavori di una volta hanno registrato nel 2018 una crescita del +3,9% rispetto all’anno precedente, per un totale di oltre 54mila imprese attive in Italia di cui 7 mila in Campania, 6.672 mila in Sicilia, 5.686 in Puglia,  seguite da Lombardia (3.688), Piemonte (3.606) e Calabria (3.488).

Anche gli stranieri sono in crescita del +4,1% rispetto al 2017, per un totale di circa 6mila imprese, concentrate principalmente in Lombardia (circa 3mila), Lazio e Campania. Le imprese artigiane rappresentano l’8,9% del totale dei lavori storici (65mila imprese) e le imprese femminili il 7,9% del totale (58mila imprese).

I mestieri che non ti aspetti (più)

Accanto ad agricoltori, sarti, panificatori, lavanderie e aziende di piallatura del legno, in Lombardia si contano oltre 800 tessitori, 700 calzolai, più di 300 ricamatori e aziende di produzione di pizzi e merletti, oltre 250 corniciai, circa 450 imprese tra orologiai e riparatori di gioielli. E non mancano artigiani ancora più “improbabili”, come 226 spazzacamini, una quarantina di artigiani del vetro e più di 50 maniscalchi.

Natale 2018, cresce la spesa degli italiani

In Italia per queste festività natalizia si spenderà di più rispetto al Natale 2017: circa il 3% in aumento sull’anno precedente, passando da una spesa media di 527 euro a 541 euro a famiglia. Nel nostro Paese, un po’ a sorpresa, si “investe” di più in regali e varie per il periodo festivo rispetto al resto d’Europa. In Ue, infatti, la media è di 456 euro, pari a +2% sul 2017). I dati emergono dalla ventunesima edizione della Deloitte Xmas Survey che ha raccolto l’opinione di oltre 9.000 consumatori in 10 Paesi europei tra cui l’Italia, con l’obiettivo di sondarne le intenzioni di spesa per regali, prodotti alimentari e attività per il tempo libero.

Il budget degli italiani in festa

Ecco come viene suddiviso il budget cantonata dagli italiani. I nostri connazionali dichiarano che, per le spese natalizie, spenderanno in media 541 euro, composti da 216 euro per i regali, 140 per gli alimentari, 66 per il cosiddetto ‘socializing’, ossia le attività ricreative legate alle festività natalizie, e 119 per i viaggi. Anche quest’anno, la modalità di allocazione del budget degli Italiani tra le varie voci di spesa non si discosta molto da quella degli altri Paesi Europei: fatto salvo per il travelling, al quale gli italiani sembrano destinare una quota superiore di budget (22% in Italia vs 17% in Europa). Al di là delle categorie di spesa, un altro ambito di interesse risulta la distribuzione degli acquisti tra canali online e offline. La spesa online degli italiani infatti cresce del 14% rispetto all’anno scorso, e quella europea del 4%.

Cresce il mercato delle vendite online

In tutta Europa, e l’Italia non fa eccezione, le vendite on line segnano una netta crescita. Anche se la spesa online degli italiani cresce del 14% rispetto all’anno scorso, la maggior parte della popolazione (74%) continuerà a recarsi nei negozi per gli acquisti natalizi. Ciononostante si registra un aumento considerevole della percentuale di italiani che comprerà online (+24% rispetto al 2016). Significativo incremento del canale mobile con un incremento dell’11% dal 2016 al 2018: 1€ su 5 sarà speso via smartphone.

Alimentari in negozio, viaggi sul web

L’commerce non raccoglie allo stesso modo le preferenze dei consumatori in tutte le categorie merceologiche. Ad esempio il 91% del totale complessivo di acquisti di prodotti alimentari e enogastronomici continuerà a svolgersi tradizionalmente in store, mentre il web si conferma il primo canale di acquisto con riferimento ai viaggi (56% del totale acquisti di viaggi previsto nel 2018 si svolgerà sul web, contro il 52% del 2017).

Ict e Turismo: ciò che i giovani desiderano

Si sente spesso dire che per le nuove generazioni le occasioni lavorative siano troppo poche. Eppure, non è sempre o per tutti esattamente così, anche nella bistrattata Italia. Infatti nuove opportunità di lavoro si registrano soprattutto nell’Ict, Information and Communication Technologies (con una percentuale del 77% di manager che ritiene che ci sia spazio per nuove forze in questo ambito), nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). Qualche segnale positivo anche per le retribuzioni future che, secondo il 27,9% dei manager italiani, cresceranno nei prossimi 5 anni. Sono i dati che emergono dalla ricerca commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche e che ha coinvolto dirigenti di primarie aziende del Belpaese.

In crescita consulenza alle imprese, Ict e turismo

Il primo dato che salta subito agli occhi e sul quale i professionisti interpellati hanno fornito numeri e giudizi concordi, è l’affermarsi di una “terna vincente”: Consulenza alle imprese, information communication tecnology e turismo. Sono questi i settori che offrono, a detta dei dirigenti, maggiori opportunità ai giovani tra 18 e 29 anni per maturare esperienza, crescita e carriera professionale. Infatti, la risposta alla domanda “ai giovani che dopo gli studi vogliono entrare nel mondo del lavoro quale settore consiglieresti come prima scelta?” vede prevalere nell’ordine Ict (24,9%), consulenza alle imprese (24,5%) e turismo (16,3%). A metà classifica la sanità e assistenza sociale (30,2%), i servizi assicurativi, bancari e finanziari (25,4%), trasporti e logistica (22,8%). Chiudono la classifica le attività legate al mondo del commercio, spettacolo, formazione e editoria.

Un quadro occupazionale sfidante e positivo

In un mercato del lavoro comunque difficile, prevale una maggiore selezione naturale – con la domanda di lavoratori inferiore all’offerta – per cui solo i migliori ce la faranno (61,4%). Seguono opportunità crescenti come numero di posti di lavoro (48,6%), soprattutto nell’Ict 77%, nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). L’attesa dei dirigenti verso i giovani è positiva e altissima, ma sono concordi nel ritenere insufficiente il bagaglio formativo delle nuove leve.

Ragazzi, attenzione alla qualità del bagaglio formativo

Solo un terzo degli intervistati giudica i giovani che si propongono oggi nel mondo del lavoro nel loro settore ben formati e preparati. Determinante – suggerisce la classe manageriale intervistata per l’indagine – è avere un buon “bagaglio di viaggio”: capacità relazionali, proattività, competenze digitali, flessibilità, etica personale e professionale, orientamento all’innovazione, spirito di sacrificio e spinta a migliorare le proprie competenze. Ragazzi, siete avvisati

Auto italiane tradite, piace il Suv straniero

Meno competitiva e meno produttiva rispetto al mercato europeo ed asiatico: ecco il ritratto dell’Italia in fatto di auto. Seppur rimanendo il quarto mercato più grande dal punto di vista delle immatricolazioni, il Paese delle belle macchine ha perso buona parte del suo smalto. Ma perché? Secondo gli analisti, la responsabilità di questo “freno tirato” andrebbe in gran parte attribuita alla crisi economica.

Belpaese, vendite con il freno a mano tirato?

Mentre in Germania, Francia e Spagna gli stabilimenti muovono numeri da capogiro sia a livello nazionale sia estero, il nostro Paese è solo ottavo nella classifica delle vendite per origine, poiché al primo posto del prodotto venduto in Europa del 2017 c’è la Germania, con una quota di mercato del 26%.

Al secondo posto, riporta Askanews, la Spagna, con 2,07 milioni di autovetture immesse nel mercato ed al terzo la Francia. Un magro 3,3% del totale invece per l’Italia, secondo i dati di Jato Dynamics del 2017, con stime di vendita in Europa di sole 517.000 autovetture prodotte in casa. La proporzione è evidente: Germania batte Italia per 8 a 1.

L’aggressiva concorrenza che arriva dalle straniere

Non meno avvilente riconoscere un’Italia in coda anche rispetto a Paesi con mercato interno decisamente più piccolo rispetto a quello nostrano. Paragone inevitabile quello con la Repubblica Ceca: un marchio Skoda ai picchi massimi, un mercato interno inferiore di ben sette volte rispetto a quello italiano, ed una capacità di vendita 2,3 volte maggiore. Ma sono svariate le ombre di auto straniere che incombono sulle nazionali, fra cui le romene, cresciute l’anno scorso del 24% e con solamente 3mila unità in meno rispetto alle nostre.

Le criticità legate all’esportazione

Fuori dallo “stivale” le auto nostrane conquistano poco, con due su tre che rimangono nel Paese. E i motivi ci sono. Buona parte della produzione di auto è stata spostata in altri paesi come la Polonia. Esempio massimo ne è la Fiat 500 – la più venduta al mondo – fabbricata appunto all’est. Un altro fattore è la risposta poco efficace che le aziende automobilistiche italiane offrono ai consumatori europei.  Notoriamente amanti dei Suv, da noi li trovano solo in 4 modelli – Fiat 500X, Jeep Renegade, Alfa Romeo Stelvio e Maserati Levante. Questione di abitudini, di gusti e di praticità. E di una certezza inossidabile: il cliente ha (quasi) sempre ragione: sarebbe allora il caso di non puntare tutto sulle auto premium ma investire maggiormente sulle reali esigenze di mercato