Italiani, più attenti alla privacy, ma ancora semianalfabeti digitali

I cittadini italiani iniziano a prestare una maggiore attenzione alla tutela dei propri dati personali durante la navigazione online. Da pc come da dispositivi mobili, l’attenzione alla propria privacy, e l’uso di piccoli accorgimenti per navigare in modo più consapevole e sicuro, sembrano crescere tra i nostri connazionali. Restano però da colmare alcune lacune per quanto riguarda le competenze digitali, e la conoscenza del linguaggio informatico. Si tratta dei risultati di una ricerca condotta da Boole Server, il vendor italiano di soluzioni per la protezione dei dati.

Primo passo verso la sicurezza, la scelta della password

Per quanto riguarda la scelta della password, gli italiani hanno imparato a utilizzare password diverse per diversi account. Ma alla luce delle risposte fornite dagli intervistati, emerge che se le donne sembrano più virtuose degli uomini, dichiarando di utilizzare password differenti per account diversi, al contempo ammettono di avere l’abitudine di memorizzare le stesse su cellulari, note o agende. Quanto agli uomini, la metà di coloro che hanno risposto al questionario ha dichiarato di utilizzare la stessa password per account diversi, mentre l’altra metà ha affermato di affidarsi a un generatore di password.

Attenti al phising, ma diffidenti verso le reti Wi-Fi pubbliche

Un segnale positivo, riporta Askanews, arriva dalle risposte sulle domande poste in merito al rischio di phishing, la tecnica utilizzata dai cybercriminali per rubare dati soprattutto dalle pagine di posta elettronica. La quasi totalità degli intervistati ha infatti risposto di controllare scrupolosamente il mittente delle mail prima di accedere al contenuto. Non conosce vie di mezzo, invece, il rapporto dei cittadini con le reti Wi-Fi pubbliche: se metà degli intervistati afferma di nutrire una profonda diffidenza per questo genere di rete, ed evita di effettuare il collegamento, l’altra metà pur di navigare gratis accetta tutte le policy senza leggere la relativa informativa.

Tanti cittadini non usano gli stessi strumenti di sicurezza dei pc anche sui cellulari

Diversa la percezione, in termini di tutela dai rischi, tra il pc e il telefono cellulare. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di non effettuare il log-out dai propri account su mobile in caso di momentanea sospensione dell’utilizzo del proprio dispositivo, affidando la difesa dell’accesso fraudolento al proprio smartphone a sistemi di blocco tramite riconoscimento facciale, impronta digitale o password. Un comportamento sintomo del fatto che ancora tanti cittadini non prestano lo stesso grado di attenzione e non usano gli stessi strumenti di messa in sicurezza dei computer anche sui cellulari. In realtà, attraverso questi ultimi si ha accesso all’intera vita digitale dell’utente, dalle app dei social network a quelle di messaggistica, per non parlare dei profili bancari e sanitari.

 

 

Globetrotter per professione: le otto città dove è più facile trovare lavoro

Da Berlino a Madrid, da New York a Ginevra fino a Melbourne e Auckland dall’altra parte del globo. Sono otto le città del mondo dove è più facile e più remunerativo trovare lavoro. La classifica delle migliori capitali del business, nonché un’ottima indicazione per chi ha deciso di provarci all’estero, è il frutto di un’analisi condotta da Eurocultura, il portale di mobilità internazionale. Si scopre così che Berlino è la patria delle start up mentre Seul in Corea del Sud, ad esempio, è la scelta vincente per chi ha un solido bagaglio tecnologico. Insomma, in diversi Paesi i lavori e i percorsi di carriera per soggetti qualificati stanno iniziando a comparire con grande rapidità. E in diverse città, che hanno già saputo adattarsi a un mondo sempre più globale e connesso,  sono disponibili nuovi posti di lavoro. Non resta che prenderli.

Berlino per le start up

In base alle rilevazioni di Eurocultura, la capitale tedesca è uno dei primari centri d’Europa per le start up. Entro il 2020, sono attesi oltre 100.000 nuobvi posti di lavoro. Gli altri settori che “corrono” i servizi economici e finanziari, l’amministrazione, l’industria di trasformazione, la produzione automobilistica, il commercio, il turismo, gli alberghi e i ristoranti.

Ginevra per la finanza

La seconda città più popolata della Svizzera è la mecca di grandi gruppi finanziari: conviene trasferirsi qui se si ha un ottimo know how in materia. Ma ci sono pure le sedi ci compagnie attive nei settori del petrolio, dell’industria, del commercio internazionale, della farmaceutica, della comunicazione.

Madrid per il terziario 

La crisi ormai alle spalle, la capitale spagnola ha un’economia basata principalmente sul settore terziario: spazio ai servizi finanziari e commerciali, all’industria, all’edilizia, all’agro-alimentare, alla tecnologia, all’informazione e della comunicazione. Senza ovviamente dimenticare il turismo.

New York, quello che si vuole c’è

La Grande Mela è ancora il centro di tutto. E offre lavoro in qualunque settore, principalmente nel comparto bancario e finanziario, nelle spedizioni, nei trasporti, nell’assistenza sanitaria, nella vendita al dettaglio, nei servizi professionali e tecnici, tempo libero e ospitalità.

Vancouver economia green

Splendida città canadese, considerata tra le iù vivibili al mondo, sta registrando un exploit nei settori della finanza, della tecnologia, del cinema e dei servizi personali. E ovviamente dell’economia verde in tutte le sue forme.

Melbourne la creativa

L’australiana Melbourne sta vivendo una particolare dinamicità nei comparti: finanza, biotecnologie, arte e design creativo, istruzione superiore, vendita al dettaglio e servizi. Bene anche la moda e il turismo.

Auckland hi-tech

La lontanissima Auckland, in Nuova Zelanda, ha un’economia particolarmente favorevole.. Specie in questi settori: tecnologia, servizi commerciali e finanziari, industria alimentare e delle bevande, turismo, cinema, edilizia,  attività marittime e istruzione internazionale.

Seul al top

Centro politico, culturale, sociale ed economico più importante della Corea del Sud, è al top per le tecnologie emergenti, la moda e il design architettonico. Oggi è una delle più forti economie mondiali.

Chi investe nei Big Data in Italia? Grandi imprese, ma anche Pmi

Il mondo produce un volume incredibile di dati, eterogenei per fonte e formato, pronti per essere immagazzinati, gestiti e soprattutto studiati. I cosiddetti Big Data sono dappertutto, e siamo noi stessi a generarli. Bastano pochi clic sullo smartphone o tablet, sui social network, i motori di ricerca, le mail o i siti internet. I dati grezzi tuttavia sono inutili, e per riuscire a estrarne valore bisogna utilizzare tecnologie di analisi in grado di trasformare i numeri in preziose informazioni per le aziende. Che acquistano un vantaggio competitivo enorme, non solo le grandi società, ma anche le piccole e medie imprese.

Un mercato che toccherà 103 miliardi di dollari nel 2027

Non è un caso che il mercato mondiale dell’analisi dei big data stia crescendo a velocità vertiginosa. Nel 2017 a livello globale valeva 35 miliardi di dollari, ma è destinato a triplicare in appena dieci anni e passare a quota 103 miliardi di dollari nel 2027. Anche in Italia il mercato della Big Data Analytics cresce a doppia cifra. E nel 2017 ha toccato un valore di 1,1 miliardi di euro, con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente.

Le grandi imprese si dividono l’87% della spesa

Le grandi imprese fanno la parte del leone, dividendosi l’87% della spesa complessiva, ma anche gli investimenti delle Pmi sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Più in dettaglio, il 42% della spesa finisce in software, come database, strumenti e applicativi per acquisire, visualizzare e analizzare i dati, il 33% in servizi (personalizzazione dei software, integrazione con sistemi informativi aziendali e riprogettazione dei processi), e il 25% in quelle che vengono definite “infrastrutture abilitanti”, ovvero capacità di calcolo, server e storage.

Sono le banche a investire di più in Big Data Analytics

Tra le grandi imprese, riferisce una notizia Ansa, sono le banche a investire di più in Big Data Analytics, e rappresentano il 28% del totale della spesa complessiva. Agli istituti di credito seguono l’industria manifatturiera (24%), telecomunicazioni e media (14%), Pubblica amministrazione e sanità (7%), servizi (8%), grande distribuzione (7%), utility (6%), e assicurazioni (6%).

Ma se si considerano i trend di crescita a guidare la classifica sono assicurazioni, manifatturiero e servizi, con tassi superiori al 25%, seguiti da banche, grande distribuzione, telecomunicazioni e media, con tassi di crescita che vanno dal 15% al 25%. E ancora, utility, Pubblica amministrazione e sanità

Microimprese, la metà chiude entro i primi 2 anni

Delle 235.985 imprese individuali nate nel 2014, 88.184 sono cessate entro il 30 giugno 2018, e di queste 48.377 entro il 2015. In pratica una microimpresa su due chiude nei primi due anni di vita, e solo 3 su 5 sopravvivono a cinque anni dalla nascita. E appena il 5% di chi “non ce la fa” si rimette in gioco.

È quanto emerge dalla fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’universo delle realtà imprenditoriali a gestione individuale, le cosiddette microimprese. Sono molte infatti le iniziative che non superano il primo anno di età: solo nel 2014 sono nate e morte 20.538 imprese. La selezione “darwiniana” è più forte nei settori del turismo, in cui il 43,5% chiude entro il primo lustro, dei servizi alla persona (40,1%) e dell’assicurazione e credito (39,6%).

La mappa delle imprese più resilienti

Nelle diverse regioni le imprese più resilienti sono quelle della Lucania (solo il 30,5% non supera il primo quinquennio), seguite dalle sarde (30,7%) e le trentine (31,3%). L’emorragia è più forte, invece, tra i titolari dell’Emilia Romagna (40%), Toscana (39,9%) e Piemonte(39,5%). Al Sud e nelle Isole si registra in media una percentuale inferiore di chiusure, forse perché qui più che altrove la via dell’impresa e del lavoro autonomo rappresenta spesso la sola prospettiva di sbocco occupazionale e di reddito a cui ci si aggrappa nonostante le difficoltà.

Nel Centro-Nord maggiore propensione a ritentare la carta

Nel Mezzogiorno però chi chiude quasi mai si rimette in proprio. Viceversa, secondo il rapporto Unioncamere, nelle regioni del Centro-Nord emerge una maggiore propensione a ritentare la carta dell’imprenditorialità. I più audaci sono i titolari della Valle D’Aosta (9,8%), Lombardia (8,2%) e Veneto (7,1%).

Dall’analisi delle business community straniere, inoltre, la mortalità più elevata si registra tra le imprese con un titolare cinese, per le quali il 47,7% ha chiuso l’attività entro i primi cinque anni. Seguono le realtà a guida indiana (44,1%), riferisce una notizia Ansa, e rumena (42,3%).

I titolari cinesi si rimettono in gioco nel 15% dei casi

Ma se sono in molti a scoraggiarsi e a rinunciare al sogno di mettersi in proprio, ancora una volta i titolari cinesi si smarcano dagli altri rimettendosi in gioco nel 15% dei casi (contro il 5% delle media). Più audaci di loro sono solo i pakistani, che oltre a essere tra i più resistenti, il 29,5% chiude i battenti entro cinque anni contro la media del 37,4%, sono anche i più disposti a mettersi nuovamente alla prova. dei microimprenditori pakistani riapre i battenti nel 18,8% dei casi.

Mercato dell’auto, nel 2018 prosegue la frenata

Durante il 2018 le auto immatricolare sono state 1,9 milioni, il 3,1% in meno rispetto al 2017. Quella appena trascorsa non è stata quindi una buona annata per il mercato automobilistico, che inoltre ha registrato un calo del 3,3% anche per quanto riguarda i trasferimenti di proprietà di auto usate, risultati pari a 4,4 milioni. Nell’ultimo mese dell’anno però, secondo i dati del Ministero delle infrastrutture e dei trasporti, sono state immatricolate 124.078 autovetture, con una variazione positiva del +1,96% rispetto a dicembre 2017. E nello stesso mese sono stati registrati 337.269 trasferimenti di proprietà di auto usate, questa volta con una variazione negativa del -5,23% rispetto a dicembre 2017. Nel mese di dicembre 2018 il volume globale delle vendite (461.347 autovetture) ha quindi interessato per il 26,89% auto nuove e per il 73,11% auto usate.

“Un andamento instabile delle immatricolazioni”

“L’anno appena concluso ha avuto un andamento instabile delle immatricolazioni” commenta Adolfo De Stefani Cosentino, presidente di Federauto, la Federazione dei concessionari auto italiani. La seconda parte dell’anno è stata infatti rallentata per effetto dell’entrata in vigore del nuovo ciclo di omologazione WLTP, e dal conseguente “forte impegno delle reti di vendita per smaltire gli stock di vetture già targate in precedenza – continua De Stefani Cosentino – nonché per l’indebolimento generalizzato delle prospettive di crescita del nostro Paese”.

Anche il 2019 non si prospetta roseo

”Per quanto riguarda le previsioni per il 2019 – prosegue il presidente di Federauto – ci aspettiamo un anno difficile per il settore, sul quale graverà l’impatto negativo determinato dall’ecotassa, introdotta dalla legge di Bilancio 2019, che sarà operativa sulle immatricolazioni di autovetture nuove con emissioni di CO2 oltre 160 g/Km a partire dal 1° marzo 2019″.

L’aggravio di costo previsto, riferisce Adnkronos, sarà variabile da 1.100 a 2.500 euro, e peserà su moltissimi modelli di automobili diffusi sul mercato, anche di fascia media, determinando presumibilmente un’ulteriore flessione dell’immatricolato rispetto ai volumi 2018. L’acquisto di auto elettriche e ibride non basterà a fermare il calo delle immatricolazioni La prevista ulteriore flessione delle immatricolazioni, e l’introduzione del WLTP, la norma globale che determina i livelli di inquinanti e emissioni di CO2, il consumo di carburante o di energia e la gamma di veicoli elettrici leggeri, non sarà però compensata dagli acquisti di auto elettriche e ibride, che beneficeranno del bonus governativo.

“Inoltre – aggiunge De Stefani Cosentino – non ci aspettiamo alcun effetto sul rinnovo del vetusto parco circolante (età media di 10,8 anni), che contraddistingue il nostro Paese”. Che, al contrario, secondo De Stefani Cosentino “necessiterebbe di maggior attenzione da parte del legislatore”.

Italia 2018: una società impaurita e piena di rancore

Insicurezza è la parola chiave che descrive la società italiana nel 2018. Quella descritta dal Rapporto 2018 sulla situazione sociale del Paese, il 52° di Censis, è un’Italia alle prese con “un rabbuiarsi dell’orizzonte di ottimismo” e nella quale si accentuano “lo squilibrio dei processi d’inclusione dovuto alla contraddittoria gestione dei flussi d’immigrazione”. Insomma, il rapporto descrive uno scenario in cui tutto sembra arretrare, e gli italiani si sentono “incapsulati in un Paese pieno di rancore e incerto nel programmare il futuro”.

Ognuno afferma i propri diritti e la mobilitazione sociale perde senso

In questo ecosistema “ciascuno afferma un proprio paniere di diritti e perde senso qualsiasi mobilitazione sociale”, spiega il Censis. Ma qualcosa si sta muovendo: il nostro paese non è privo di “lente e silenziose trasformazioni”, movimenti obliqui che “preparano il terreno di un nuovo modello di perseguimento del benessere e della qualità della vita”. Il nodo cruciale però è che in questo sistema sociale, “attraversato da tensione, paura, rancore”, si “guardi al sovrano autoritario”, aggiunge il Censis, mentre “il popolo si ricostituisce nell’idea di una nazione sovrana supponendo, con un’interpretazione arbitraria ed emozionale, che le cause dell’ingiustizia e della diseguaglianza siano tutte contenute nella non-sovranità nazionale”.

Rabbia, pessimismo, disorientamento e qualunquismo

Dal rapporto emerge inoltre che soltanto un italiano su cinque ha un atteggiamento positivo, per gli altri prevalgono rabbia, disorientamento, pessimismo. Su 100 italiani 30 si dicono “arrabbiati perché troppe cose non vanno bene e nessuno fa niente per cambiarle”, 28 “disorientati”, 21 vedono negativo: “le cose andranno sempre peggio”, e solo altri 21 guardano alla realtà con uno stato d’animo “positivo”, in quanto “viviamo un’epoca di grandi cambiamenti”.

Inoltre, due italiani su tre sono convinti che “non ci sia nessuno a difendere interessi e identità” e dunque sono costretti a farlo “da soli”. Tanto che a esprimere quella che un tempo si sarebbe definita come una considerazione qualunquista (“i politici sono tutti uguali”), è il 49,5% degli italiani.

Dopo il rancore, la cattiveria

“Dopo il rancore, la cattiveria” titola il Censis il capitolo del suo Rapporto annuale dedicato alle radice del sovranismo psichico, sottolineando che “gli italiani sono diventati nel quotidiano intolleranti fino alla cattiveria”. E la politica e le sue retoriche rincorrono e riflettono un sovranismo instillato nella testa e nei comportamenti degli italiani.

Per uscire da questa situazione, riporta Adnkronos, gli italiani sono pronti a un funambolico camminare sul ciglio di un fossato mai visto prima d’ora, e allora mostrano una “disponibilità pressoché incondizionata: non importa se il salto è molto rischioso e dall’esito incerto, non importa se l’altrove è un territorio indefinito e inesplorato, non importa se per arrivarci si rende necessario forzare, fino a romperli, gli schemi canonici politico-istituzionali e di gestione delle finanze pubbliche”.

Appartamenti a Monza Privilege Apartments

Gli appartamenti a Monza che Privilege Apartments mette a disposizione degli ospiti presentano ogni tipo di comodità e sono studiati per rendere il soggiorno di tutti veramente unico e speciale. Dalle pregiate scelte in fatto di arredi di design, alla tecnologia che gli impianti di domotica offrono e che rendono tutto ancora più piacevole da vivere. Ogni appartamento è inoltre dotato di cucina e postazione di lavoro, così da andare incontro sia alle esigenze di quanti viaggiano per piacere che per motivi di lavoro. Ciascun appartamento vanta inoltre un bellissimo terrazzino privato che si affaccia su di un parco grande circa 10 mila metri quadrati, fruibile anche dagli ospiti della struttura che possono approfittarne per regalarsi una passeggiata immersi nel verde. Gli appartamenti Privilege Apartments si dividono in particolar modo in due differenti tipologie, le camere Classic e quelle Executive, che presentano in entrambi i casi un ottimo livello di comfort ma spazi e arredi differenti.

Entrambe le soluzioni presentano servizi quali doccia con idromassaggio, tv satellitare a schermo piatto, telefoni, utensili da cucina, frigorifero, balcone, Wi-Fi gratuito, macchina per il caffè, balcone e cuscini in memory, tra l’altro. La differenza tra le due soluzioni risiede principalmente negli spazi a disposizione: le camere Basic hanno una superficie di 30 mq e possono ospitare un massimo di due persone, mentre quelle Executive sono grandi 40 mq e possono ospitare anche quattro persone. Le proposte innovative e d’alto profilo disponibili all’interno di entrambe le tipologie di appartamenti rendono le soluzioni di alloggio Privilege Apartments la scelta perfetta per chi desidera usufruire di spazi che siano in grado di offrire il massimo a livello di comfort e design, offrendo a ciascuno la possibilità di vivere la permanenza desiderata, sia esso un viaggio di lavoro che un viaggio di piacere in famiglia o in compagnia di amici.

Lombardia, gli antichi mestieri “valgono” 7 miliardi

Coltivatore, lavandaia, panettiere, sarto: sono alcuni degli antichi mestieri più diffusi, quelli di una volta, ancora oggi ampiamente praticati.  Infatti danno lavoro a 862 mila addetti in Italia e quasi 100mila in Lombardia, per un giro d’affari che ammonta a circa 7,3 miliardi di euro in regione.  Secondo l’elaborazione della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi, su dati Registro Imprese e dati Aida – Bureau van Dijk, la città lombarda capofila degli antichi mestieri è, a sorpresa, Milano. Nel capoluogo infatti ci sono 8.293 imprese e 26 mila addetti. Seguono in classifica Brescia (7.964 imprese e 12 mila addetti) e Mantova (6.844 imprese e circa 8mila addetti).

Agricoltura, la sfida dell’innovazione

L’agricoltura è il primo settore per numero di attività (632mila). Anche per questo riveste un ruolo chiave nel guidare l’innovazione e soprattutto il rapporto tra tradizione e innovazione.

“L’agricoltura – spiega Giovanni Benedetti, membro di giunta della Camera di commercio di Milano Monza Brianza Lodi – è strettamente legata al territorio e alle sue tradizioni. Da qui nasce la distintività che contraddistingue le nostre produzioni e che ha reso grande il Made in Italy agroalimentare nel mondo. Per stare al passo con i tempi, però, oggi è sempre più necessario che le imprese agricole imparino a coniugare il sapere e i sapori della tradizione con l’innovazione nei processi e nei canali di vendita, senza mai dimenticare la sostenibilità, la qualità e la sicurezza della filiera dal campo alla tavola”.

I giovani e gli stranieri “motore” dei lavori antichi

I giovani e gli stranieri sono decisamente rappresentati nel settore degli antichi mestieri. Gli imprenditori under 35 impegnati nei lavori di una volta hanno registrato nel 2018 una crescita del +3,9% rispetto all’anno precedente, per un totale di oltre 54mila imprese attive in Italia di cui 7 mila in Campania, 6.672 mila in Sicilia, 5.686 in Puglia,  seguite da Lombardia (3.688), Piemonte (3.606) e Calabria (3.488).

Anche gli stranieri sono in crescita del +4,1% rispetto al 2017, per un totale di circa 6mila imprese, concentrate principalmente in Lombardia (circa 3mila), Lazio e Campania. Le imprese artigiane rappresentano l’8,9% del totale dei lavori storici (65mila imprese) e le imprese femminili il 7,9% del totale (58mila imprese).

I mestieri che non ti aspetti (più)

Accanto ad agricoltori, sarti, panificatori, lavanderie e aziende di piallatura del legno, in Lombardia si contano oltre 800 tessitori, 700 calzolai, più di 300 ricamatori e aziende di produzione di pizzi e merletti, oltre 250 corniciai, circa 450 imprese tra orologiai e riparatori di gioielli. E non mancano artigiani ancora più “improbabili”, come 226 spazzacamini, una quarantina di artigiani del vetro e più di 50 maniscalchi.

Natale 2018, cresce la spesa degli italiani

In Italia per queste festività natalizia si spenderà di più rispetto al Natale 2017: circa il 3% in aumento sull’anno precedente, passando da una spesa media di 527 euro a 541 euro a famiglia. Nel nostro Paese, un po’ a sorpresa, si “investe” di più in regali e varie per il periodo festivo rispetto al resto d’Europa. In Ue, infatti, la media è di 456 euro, pari a +2% sul 2017). I dati emergono dalla ventunesima edizione della Deloitte Xmas Survey che ha raccolto l’opinione di oltre 9.000 consumatori in 10 Paesi europei tra cui l’Italia, con l’obiettivo di sondarne le intenzioni di spesa per regali, prodotti alimentari e attività per il tempo libero.

Il budget degli italiani in festa

Ecco come viene suddiviso il budget cantonata dagli italiani. I nostri connazionali dichiarano che, per le spese natalizie, spenderanno in media 541 euro, composti da 216 euro per i regali, 140 per gli alimentari, 66 per il cosiddetto ‘socializing’, ossia le attività ricreative legate alle festività natalizie, e 119 per i viaggi. Anche quest’anno, la modalità di allocazione del budget degli Italiani tra le varie voci di spesa non si discosta molto da quella degli altri Paesi Europei: fatto salvo per il travelling, al quale gli italiani sembrano destinare una quota superiore di budget (22% in Italia vs 17% in Europa). Al di là delle categorie di spesa, un altro ambito di interesse risulta la distribuzione degli acquisti tra canali online e offline. La spesa online degli italiani infatti cresce del 14% rispetto all’anno scorso, e quella europea del 4%.

Cresce il mercato delle vendite online

In tutta Europa, e l’Italia non fa eccezione, le vendite on line segnano una netta crescita. Anche se la spesa online degli italiani cresce del 14% rispetto all’anno scorso, la maggior parte della popolazione (74%) continuerà a recarsi nei negozi per gli acquisti natalizi. Ciononostante si registra un aumento considerevole della percentuale di italiani che comprerà online (+24% rispetto al 2016). Significativo incremento del canale mobile con un incremento dell’11% dal 2016 al 2018: 1€ su 5 sarà speso via smartphone.

Alimentari in negozio, viaggi sul web

L’commerce non raccoglie allo stesso modo le preferenze dei consumatori in tutte le categorie merceologiche. Ad esempio il 91% del totale complessivo di acquisti di prodotti alimentari e enogastronomici continuerà a svolgersi tradizionalmente in store, mentre il web si conferma il primo canale di acquisto con riferimento ai viaggi (56% del totale acquisti di viaggi previsto nel 2018 si svolgerà sul web, contro il 52% del 2017).

Ict e Turismo: ciò che i giovani desiderano

Si sente spesso dire che per le nuove generazioni le occasioni lavorative siano troppo poche. Eppure, non è sempre o per tutti esattamente così, anche nella bistrattata Italia. Infatti nuove opportunità di lavoro si registrano soprattutto nell’Ict, Information and Communication Technologies (con una percentuale del 77% di manager che ritiene che ci sia spazio per nuove forze in questo ambito), nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). Qualche segnale positivo anche per le retribuzioni future che, secondo il 27,9% dei manager italiani, cresceranno nei prossimi 5 anni. Sono i dati che emergono dalla ricerca commissionata da Manageritalia ad AstraRicerche e che ha coinvolto dirigenti di primarie aziende del Belpaese.

In crescita consulenza alle imprese, Ict e turismo

Il primo dato che salta subito agli occhi e sul quale i professionisti interpellati hanno fornito numeri e giudizi concordi, è l’affermarsi di una “terna vincente”: Consulenza alle imprese, information communication tecnology e turismo. Sono questi i settori che offrono, a detta dei dirigenti, maggiori opportunità ai giovani tra 18 e 29 anni per maturare esperienza, crescita e carriera professionale. Infatti, la risposta alla domanda “ai giovani che dopo gli studi vogliono entrare nel mondo del lavoro quale settore consiglieresti come prima scelta?” vede prevalere nell’ordine Ict (24,9%), consulenza alle imprese (24,5%) e turismo (16,3%). A metà classifica la sanità e assistenza sociale (30,2%), i servizi assicurativi, bancari e finanziari (25,4%), trasporti e logistica (22,8%). Chiudono la classifica le attività legate al mondo del commercio, spettacolo, formazione e editoria.

Un quadro occupazionale sfidante e positivo

In un mercato del lavoro comunque difficile, prevale una maggiore selezione naturale – con la domanda di lavoratori inferiore all’offerta – per cui solo i migliori ce la faranno (61,4%). Seguono opportunità crescenti come numero di posti di lavoro (48,6%), soprattutto nell’Ict 77%, nella consulenza alle imprese (64%) e nel turismo (63%). L’attesa dei dirigenti verso i giovani è positiva e altissima, ma sono concordi nel ritenere insufficiente il bagaglio formativo delle nuove leve.

Ragazzi, attenzione alla qualità del bagaglio formativo

Solo un terzo degli intervistati giudica i giovani che si propongono oggi nel mondo del lavoro nel loro settore ben formati e preparati. Determinante – suggerisce la classe manageriale intervistata per l’indagine – è avere un buon “bagaglio di viaggio”: capacità relazionali, proattività, competenze digitali, flessibilità, etica personale e professionale, orientamento all’innovazione, spirito di sacrificio e spinta a migliorare le proprie competenze. Ragazzi, siete avvisati