Nel 2019 l’Italia supera gli obiettivi Ue per riciclaggio dei rifiuti

Nel 2019 l’Italia ha riciclato il 71,2% dei rifiuti di imballaggio, pari a più di 9 milioni e mezzo di tonnellate, superando gli obiettivi europei di raggiungere la quota del 65% entro il 2025. Secondo Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, la stima per il 2019 indica anche una crescita rispetto allo scorso anno, quando la percentuale di riciclo si è assestava al 69,7%.

“Un segno che i risultati continuano a migliorare, anche alla luce del fatto che lo scorso anno l’immesso al consumo è cresciuto – afferma Giorgio Quagliuolo, presidente del Consorzio – dai 13 milioni e 267 mila tonnellate del 2018 siamo passati a sfiorare i 13 milioni e mezzo. Una percentuale di riciclo più alta, insomma, nonostante sia cresciuto il quantitativo di imballaggi sul mercato”.

I numeri degli imballaggi che hanno evitato la discarica

Più in dettaglio, sui primi dati 2019 (il consolidato arriverà a giugno), Conai stima che in Italia siano state complessivamente avviate a riciclo 390 mila tonnellate di acciaio, 52 mila tonnellate di alluminio, 4 milioni e 14 mila tonnellate di carta, 1 milione e 995 mila tonnellate di legno, 1 milione e 79 mila tonnellate di plastica e 2 milioni e 10 mila tonnellate di vetro. I numeri poi crescono se si considerano tutti gli imballaggi che nel 2019 hanno evitato la discarica. Sommando ai numeri del riciclo quelli del recupero energetico si ottiene infatti un totale di 11 milioni e 49 mila tonnellate. Ovvero l’82,4% dell’immesso al consumo, riporta Adnkronos. Una crescita di quasi due punti percentuali rispetto al 2018, nonostante il 2019 sia stato caratterizzato da un crollo del valore delle materie prime seconde, macero in primis.

Sono quasi 600 mila le tonnellate di materiale in più proveniente dalla raccolta differenziata

Se si analizza solo la quota parte di imballaggi gestita direttamente da Conai e dai suoi Consorzi di filiera (Ricrea, Cial, Comieco, Rilegno, Corepla e Coreve), infatti, si nota come siano state quasi 600 mila le tonnellate di materiale in più proveniente dalla raccolta differenziata, non assorbite dal mercato, e rientrate in convenzione con il sistema consortile. Imballaggi per i quali Conai, nel suo ruolo di sussidiarietà al mercato, ha direttamente garantito lo sbocco a riciclo.

“La carenza di impianti, soprattutto in alcune regioni del Sud, rischia di essere un freno”

“Non dimentichiamo che, per quanto l’Italia sia oggi un modello di economia circolare in Europa, ci sono ancora traguardi da raggiungere – aggiunge Giorgio Quagliuolo -. Oltre al crollo del prezzo delle materie prime seconde, va risolto anche il problema della loro collocazione sul mercato: occorre incentivare l’uso di materia riciclata – puntualizza il presidente Conai -. Senza contare che la carenza di impianti, soprattutto in alcune regioni del Sud, rischia di essere un freno sia per la nostra attività sia per gli sforzi di imprese e cittadini”.

Arriva il packaging bio e intelligente per il cibo

Presto avremo nei nostri carrelli della spesa e nei frigoriferi cibi confezionati in contenitori capaci di cambiare colore se l’alimento non è più buono. Si tratta speciali packaging realizzati in bio materiali e particolari plastiche green sviluppate da materie prime vegetali per possibili applicazioni nell’alimentare, nell’arredamento e nei mezzi di trasporto. La principale caratteristica di queste bio-pellicole ‘intelligenti’ è quella di poter cambiare colore in caso di deterioramento del cibo oppure prolungarne la scadenza. Ma non solo: questi materiali sono anche al 100% biodegradabili e compostabili e soprattutto sono il frutto di un team tutto italiano, quello dei ricercatori del Centro Enea di Brindisi.

Bio plastiche sostenibili e intelligenti
Tutte le caratteristiche di queste bio plastiche sono illustrate nel @Eneainforma – il magazine consultabile on line -: “Sono ricavate dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nel mais e nelle barbabietole, mentre i bio-compositi sono stati ottenuti aggiungendo alla bio-plastica additivi provenienti dagli scarti di lavorazione dei settori agroalimentari tipici del territorio”. “Siamo impegnati da anni nella sfida per la sostenibilità, in linea con i principi dell’economia circolare – spiega Claudia Massaro, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi – ci siamo dedicati allo sviluppo di soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei contenitori a fine vita, in linea con gli obiettivi della direttiva europea” sul bando della plastica monouso al 2021. Ma questo lavoro straordinario, che probabilmente rivoluzionerà il nostro modo di fare la spesa e conservare gli alimenti, vede anche la collaborazione di un’altra istituzione del Mezzogiorno, l’università del Salento. I nuovi materiali sono stati sviluppati aggiungendo alla bioplastica fibre o additivi di origine naturale derivanti da scarti della filiera agroalimentare (lino, canapa, vegetazione olearia, lavorazione del caffè); hanno proprietà meccaniche e di resistenza al fuoco, ed è per questo che possono essere utilizzate anche nell’arredamento e per gli interni dei mezzi di trasporto  come ebrei treni e auto.

Possono sostituire le plastiche “classiche”

Oltre ad avere diversi superpoteri, come “spiccate proprietà antiossidanti e antifungine, molto utili nel packaging alimentare”, possono in primis segnalare il deterioramento del prodotto reagendo “attivamente con l’atmosfera interna della confezione, cambiano colore a seconda dell’ambiente acido-base con cui vengono a contatto, diventando così indicatori dello stato di conservazione del prodotto”. Ma c’è di più: per le loro caratteristiche le “bioplastiche e biocompositi a fine vita subiscono un processo di degradazione che produce sostanze innocue o utili come i fertilizzanti e possiedono caratteristiche chimico-fisiche in grado di sostituire completamente le plastiche di origine fossile”, spiega infine Claudia Massaro.

Italia, la ricchezza è a Nord: Pil doppio che al Sud

L’Italia è divisa a metà, almeno per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza. Esiste infatti una forbice importante fra il Nord e il Sud dello Stivale, come segnala l’Istat. Nel 2018 il Pil in volume è aumentato dell’1,4% nel Nord-est, dello 0,7% nel Nord-ovest e nel Centro e dello 0,3% nel Mezzogiorno.

36 mila euro contro 19 mila 
Il Pil procapite vede in cima alla graduatoria l’area del Nord-ovest con un valore in termini nominali di oltre 36mila euro, quasi il doppio di quello del Mezzogiorno, pari a circa 19mila euro annui. In mezzo alla classifica si posizionano il Nord-est, con 35,1mila euro (34,3mila euro nel 2017) e il Centro, con 31,6mila euro (31,1mila euro nel 2017). Le famiglie residenti nel Nord-ovest dispongono del livello di reddito per abitante più elevato (oltre 22mila euro), quasi il 60% in più di quelle del Mezzogiorno (14mila euro). Nel 2018 il Pil in volume a livello nazionale è aumentato dello 0,8% rispetto all’anno precedente. La ripartizione più dinamica è il Nord-est dove il Pil è cresciuto dell’1,4%, trainato dalla performance dell’Industria (+3,2% rispetto al 2017) e dai risultati positivi delle Costruzioni (+2,3%) e dell’Agricoltura (+3,1%). Nel Nord-ovest e nel Centro il Pil è cresciuto dello 0,7%, meno della media nazionale. Nella prima ripartizione la crescita è stata rallentata dalla dinamica negativa delle Costruzioni e da più moderate dinamiche dell’Agricoltura e dell’Industria mentre al Centro è il settore dei Servizi a segnare il passo. La crescita più lenta si registra nel Mezzogiorno, dove il Pil è aumentato solo dello 0,3% rispetto al 2017. Alla crescita dell’attività produttiva si è accompagnato, nel 2018, un aumento in volume dei consumi finali delle famiglie di poco superiore (+0,9%). La spesa delle famiglie ha mostrato la dinamica più elevata al Centro (+1,2%), tutte le altre ripartizioni si posizionano in prossimità della media nazionale.

Cresce il reddito disponibile delle famiglie

Nel 2018 il reddito disponibile delle famiglie, cresciuto dell’1,9% a livello nazionale, mostra una dinamica di poco inferiore nel Centro e nel Mezzogiorno (+1,8%) e superiore nel Nord-ovest e nel Nord-est (rispettivamente, +2% e +2,1%). Nel 2018 il Pil in volume a livello nazionale è aumentato dello 0,8% rispetto all’anno precedente. A livello regionale sono le Marche a registrare la crescita del Pil più elevata, con un 3% di aumento rispetto all’anno precedente. Un deciso recupero dell’attività produttiva si rileva anche per l’Abruzzo, dove il Pil è cresciuto del 2,2% a fronte dello 0,6% del 2017, e per la Provincia Autonoma di Bolzano-Bozen (+2%).

Top 10 lavori emergenti, 7 in ambito tecnologico

La tecnologia predomina anche fra le professioni emergenti. Tra protezione e gestione dei dati e AI nella classifica delle 10 figure professionali con il tasso di crescita più elevato negli ultimi 4 anni in Italia, 7 posizioni su 10 sono legate allo sviluppo di software e gestione dei dati informatici in ambito business.

La ricerca LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, oltre a stilare la Top 10 dei lavori emergenti, delinea alcune tendenze del mercato del lavoro nel nostro Paese. E se i profili che stanno diventando man mano più ricercati nel nostro Paese riguardano il settore digitale e tecnologico, la figura di Data Protection Officer si posiziona al primo posto dei Most Emerging Jobs in Italia, seguita sul podio dal Salesforce Consultant, e dal Big Data Developer.

Dall’Artificial Intelligence Specialist al Warehouse Operative

Al quarto posto si piazza la figura dell’Artificial Intelligence Specialist, uno dei profili professionali più innovativi e con il tasso di maggior crescita, mentre al quinto il BIM (Building Information Modeling) Specialist, figura tecnica altamente specializzata e deputata all’ottimizzazione di tutte le fasi che riguardano la progettazione, l’edificazione e la gestione della costruzione degli edifici per mezzo di un software. Al sesto posto si posiziona invece il Lending Officer, ovvero il professionista deputato a determinare le pratiche di prestito di un istituto finanziario, mentre al settimo, il Warehouse Operative. Meglio conosciuto come Responsabile Magazzino, è un ruolo professionale che con la crescita dei servizi di e-commerce sta vivendo una vera e propria evoluzione nelle sue mansioni.

Chiude la classifica il Customer Success Specialist

Ottavo e nono posto sono occupati rispettivamente dal Data Scientist e il Cyber Security Specialist. Chiude la Top 10 il Customer Success Specialist, una nuova figura dell’ambito della relazione con i clienti. Ma i nuovi lavori in ambito digitale emergono anche nelle seconde 10 posizioni (Top 20) dei LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, tra le quali spiccano il Robotics Engineer e il DevOps Engineer, posizionate subito dietro alla figura Intensive Care Nurse (undicesimo posto), un profilo infermieristico altamente formato e specializzato. In fondo alla classifica (ventesimo posto), una posizione legata alle tecnologie nell’ambito delle risorse umane, l’Information Technology Recruiter, focalizzato proprio nella ricerca sul mercato del lavoro dei migliori talenti dotati di competenze tecnologiche.

Per il 40% dei recruiter mancano candidati con le giuste competenze digitali

I dati della LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019 ribadiscono quelli emersi nella ricerca Recruiter Sentiment 2019 Italia, svolta da Coleman Parkes per conto di LinkedIn su un campione di oltre 300 responsabili delle Risorse Umane di otto settori industriali. Secondo i responsabili HR italiani tra le competenze professionali fondamentali per entrare e crescere nel mercato del lavoro vi sono quelle in ambito tecnologico e di coding (15%), E i settori industriali nei quali risultano ancora più importanti sono il finance (93%), l’amministrazione (90%), il settore travel (85%) e la sanità (83%). Di fatto però il 40% dei recruiter pensa che non vi siano abbastanza candidati con le giuste competenze digitali rispetto ai posti di lavoro disponibili. Considerando le prospettive dettate dalla Commissione Europea nell’ambito delle competenze digitali, in Italia c’è quindi ancora molto da fare.

Tik Tok pensa in grande, ma la sicurezza dei dati è in dubbio

Tik Tok è l’app cinese più amata dagli adolescenti, perché è un misto tra un social network e YouTube, e permette di postare brevi video accompagnati dalla musica. Secondo la società di analisi Sensor Tower, Tik Tok è stata scaricata un miliardo e mezzo di volte, è presente in oltre 150 Paesi, ed è tradotta in 75 lingue. E negli Stati Uniti il 60% dei 26,5 milioni di utenti attivi mensilmente ha un’età compresa tra i 16 e i 24 anni. Lanciata nel 2017 da ByteDance da allora la piattaforma ha vissuto una crescita vertiginosa, tanto da incalzare le app dell’ecosistema Zuckerberg. E poiché Tik Tok sembra voler ampliare i suoi servizi e sbarcare in Borsa, gli Stati Uniti, impegnati in una guerra commerciale con la Cina, hanno chiesto l’apertura di una inchiesta sul suo funzionamento.

Presto anche streaming, shopping online e uno smartphone

ByteDance sta pensando quindi di capitalizzare questa popolarità aggiungendo servizi e andando all’assalto dei mercati emergenti. I media americani danno infatti per imminente il lancio di un servizio di musica in streaming, in competizione con Spotify e Apple Music, inizialmente in India e Brasile per poi estendersi in mercati più maturi come gli Usa. Sembra infatti che ByteDance avrebbe avviato contatti con le principali major, da Universal Music a Sony Music a Warner Music, per ottenere accordi di licenza globali. La società con sede a Pechino, avrebbe inoltre condotto un test per portare lo shopping online su Tik Tok. E per ampliare la sua platea di giovani sarebbe pronta anche a lanciare un proprio smartphone.

Un’indagine Usa per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”

Secondo indiscrezioni poi smentite, la compagnia tecnologica valutata da Softbank circa 75 miliardi di dollari avrebbe intenzione di quotarsi a breve sulla piazza di Hong Kong. La crescita di popolarità però si accompagna a critiche sulla sicurezza. Negli Stati Uniti, a febbraio scorso Tik Tok è stata condannata dalla Federal Trade Commission a pagare 5,7 milioni di dollari di multa per aver raccolto dati di bambini senza il loro consenso. E qualche settimana fa due senatori, Charles Schumer e Tom Cotton, hanno chiesto all’intelligence di aprire un indagine sul social cinese per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”. Mentre, un altro senatore, Marco Rubio, accusa l’app di censura politica su argomenti sensibili come le proteste di Hong Kong.

Anche l’Italia si preoccupa

A un anno di distanza dallo sbarco nel nostro Paese anche in Italia c’è attenzione per Tik Tok. In particolare, da parte di artisti e politici come Matteo Salvini e Giorgio Mulè di Forza Italia, che ha chiesto al governo di accendere un faro sull’app “con milioni di video e dati personali caricati da ragazzini”.

Da parte sua, il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, senza mai menzionare l’app ha parlato “di un social nuovo, creato ad arte da uno Stato per controllare i propri giovani”.

Laurea online, gli studenti preferiscono l’università telematica

Le università telematiche  si stanno affermando in maniera significativa. E molti studenti preferiscono laurearsi online, piuttosto che seguire un percorso di studi tradizionale. L’università telematica consente infatti di ottimizzare i tempi, evitando lunghi spostamenti per raggiungere le sedi degli atenei, e risparmiare denaro. Le lauree conseguite presso le principali Università telematiche sono riconosciute dal MIUR, e hanno lo stesso valore legale di quelle tradizionali. Questi importanti fattori hanno portato negli ultimi anni a un continuo aumento delle iscrizioni. E se nell’anno accademico 2010/11 il totale era inferiore alle 40.000 unità nel 2017/18 il numero è salito fino a superare i 93.000 iscritti.

Dal 2015 più di 38.000 iscritti, per una crescita di oltre il 69%

Gli aumenti più significativi riguardano le iscrizioni effettuate negli ultimi tre anni accademici considerati, che indicano un cospicuo incremento della partecipazione ai corsi di laurea online avvenuto fra il 2015/16 e il 2017/18, con un balzo in avanti di più di 38.000 unità in confronto al 2014/15, per una crescita di oltre il 69%. Le facoltà disponibili non comprendono solo discipline umanistiche, ma anche materie più tecniche, come un corso di laurea in ingegneria online. Grazie a una ampia varietà di scelta fra cui poter trovare il percorso più affine ai propri interessi.

Dalla laurea triennale a quella magistrale al Master online

Una possibilità fra le tante è quella di conseguire una laurea in giurisprudenza online, aprendosi la strada verso diversi sbocchi professionali, per esempio come avvocato in uno studio o come consulente legale in aziende private.

Insomma, sempre più persone sono attratte dalle opportunità offerte dalle università telematiche, dalla loro accessibilità e facilità di fruizione, sia per un corso di laurea triennale che per una laurea magistrale, con la possibilità anche di proseguire il percorso con un Master online, riporta Adnkronos.

Un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi

Il tutto è semplificato dal supporto di un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi e offrire indicazioni preziose sul metodo di preparazione più proficuo, permettendo il conseguimento dei propri obiettivi nel minor tempo possibile. Le Università telematiche riconosciute dal MIUR offrono una preparazione approfondita e completa, consentendo di organizzare al meglio il percorso di studi secondo i propri tempi e di ottenere un titolo di studio con valore legale, che dà quindi la possibilità di accedere a concorsi pubblici, dare inizio a una promettente carriera lavorativa, oppure indirizzarsi verso una stimolante specializzazione.

L’arte pesa sul Pil quasi come l’agricoltura

L’arte vale poco meno dell’agricoltura italiana, compresi i prodotti d’eccellenza che qualificano il made in Italy. Secondo un’indagine di Boston Consulting Group, condotta sui 358 musei statali italiani, 32 autonomi e 326 afferenti ai poli museali regionali, il sistema museale statale italiano nel 2018 ha generato 27 miliardi di euro di fatturato, pari all’1,6% del Pil. Poco meno dell’agricoltura, che pesa sul Pil per il 2,1%. Per Bcg il potenziale ancora inespresso è notevole, e vede una traiettoria che potrebbe incrementare l’impatto sul Pil, nell’arco dei prossimi 7 anni, fino ad arrivare a circa 40 miliardi di euro. E i ricavi da visitatori potrebbero raggiungere il miliardo di euro e i posti di lavoro crescere fino alle 200mila unità.

Nel 2018 circa 280 milioni di euro generati dai visitatori dei musei

Sempre secondo lo studio di Boston Consulting Group sono 53 milioni le persone che hanno visitato i musei italiani nel 2018, generando proventi da visitatore per circa 280 milioni di euro. I turisti culturali, cioè coloro che si sono spostati appositamente per visitare uno dei musei statali, sono stati 24 milioni.

Sul fronte del lavoro, gli occupati del settore museale sono di poco inferiori ai 120 mila tra diretti e indiretti, pari al 7% delle posizioni lavorative nel settore del turismo e dei servizi ricettivi, riporta Adnkronos.

“La cultura è una grande opportunità di crescita economica”

“Oggi più che mai è fondamentale che alla cultura sia data una grandissima attenzione – commenta il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini – sia perché è un veicolo per nutrire lo spirito e le menti delle persone sia perché è una grande opportunità di crescita economica. Questo studio lo dimostra – continua il ministro -. Il governo rafforzerà gli investimenti in cultura sia per il dovere costituzionale di tutelare il patrimonio culturale sia per supportare le imprese dei beni culturali che operano nel nostro paese, ma anche per tutti coloro che lavorano quotidianamente nei musei, nei parchi archeologici, nelle biblioteche, negli archivi e nelle strutture periferiche del Ministero”.

“Il patrimonio museale italiano è un patrimonio diffuso”

In questa logica, e tenendo conto che secondo Franceschini “il patrimonio museale italiano è un patrimonio diffuso”, come testimoniano i circa 5.000 musei presenti in Italia, dei quali circa 350 statali, il ministro ha ribadito la volontà di tutelare e promuovere le realtà erroneamente definite “minori”. Nel caso dei musei statali, ad esempio, ipotizzando il trasferimento di opere non esposte regolarmente e di particolare rilevanza per il territorio, da un museo statale a un altro dove possano essere valorizzate. In ogni caso, il ministro Franceschini ha escluso qualsiasi ipotesi di accorpamento di realtà museali minori.

Italiani più sportivi, palestre in 5 anni quasi +24%

Tutti pazzi per il fitness, e le palestre sono sempre più numerose e più frequentate. Un business in continua crescita, quindi, perché gli italiani sono sempre più attenti alla forma fisica, e sempre più appassionati alle manifestazioni sportive. Tanto che negli ultimi 5 anni, dal 2014 al 2019, palestre e circoli sportivi in Italia sono cresciuti del 23,9%, toccando i 23 mila operatori. Lo “zoccolo duro” del comparto è rappresentato da organizzazioni sportive e promozione di eventi legati allo sport, un ambito nel quale al 30 giugno scorso operavano 8.127 imprese, pari al 35% del totale. Una percentuale intorno al 22% è invece rappresentata dalle altre componenti dell’offerta imprenditoriale sportiva nazionale, come la gestione di impianti (5.167 attività), palestre (5.100), e club sportivi (4.986).

La Lombardia è la regione più “in forma”, con oltre 4.000 attività

Come mostrano i dati Unioncamere – InfoCamere al 30 giugno scorso, rispetto a quelli 2014 è la Lombardia la regione più “in forma”, con oltre 4 mila attività registrate, e incrementi di tutto rilievo nel periodo considerato, sia tra le palestre sia tra i club sportivi. Al secondo posto il Lazio, con quasi 3 mila attività, e al terzo l’Emilia Romagna, con oltre 2 mila. In termini di variazione percentuale nei cinque anni considerati, però, al primo posto si colloca il Lazio (+30,4%), seguito dalle Marche (+30,2%) e dal Veneto (+30%).

Roma è la numero uno a livello provinciale

A livello provinciale, Roma è in pole position per il maggior numero di imprese del settore, con oltre 2.500 attività, seguita da Milano, con quasi 1.500, e Torino, che sfiora quota mille. La coppia Roma-Milano è al vertice della classifica anche in termini di aumento delle attività appartenenti a questo comparto tra il 2014 e il 2019: +574 a Roma e +378 a Milano, grazie soprattutto alla crescente diffusione delle palestre (+113), riporta Adnkronos.

Rispetto a giugno 2014 a Biella le strutture sportive sono più che raddoppiate

Anche nelle realtà provinciali più piccole, però, oggi i cittadini possono contare su una rete crescente di attività specializzate nel fitness. A Biella, ad esempio, rispetto a giugno 2014 le strutture sportive sono più che raddoppiate. Tanto che a fine giugno 2019 la provincia registra un incremento di imprese del settore del 64%.

Alta la crescita anche a Imperia (+48,9%), e a Vercelli (+47,7%). Mentre aumenti di oltre il 40% contraddistinguono anche le province di Trieste, Catanzaro, Savona, Ravenna, Lodi, Caserta e Pescara.

Pagamenti on line: vince la praticità o la sicurezza?

Sempre di più, nella vita quotidiana, utilizziamo formule di pagamento per gli acquisti digitali. Ma, in questo scenario sempre più definito e consueto, a cosa stanno attenti i nostri connazionali? O meglio, cosa cercano i consumatori italiani? In linea generale, in Italia gli utenti si dichiarano frustrati dai sistemi di pagamento troppo complessi e lenti, ma d’altro canto sono pignoli in fatto di sicurezza quando si tratta di acquisti on line: è questo il “verdetto”  dello studio “Sicurezza vs praticità nei pagamenti on line” realizzata da GoCardless, mentre l’Europa si prepara a introdurre la normativa PSD2 per i digital payment. L’indagine è stata condotta su un campione di 6.000 consumatoti in 6 paesi europei, Italia compresa.

Gli italiani i più “attenti”…

La ricerca mette in luce che gli italiani sono particolarmente prudenti. Il 69% dei consumatori dello Stivale mette al primo posto la sicurezza quando effettua acquisti on line. Questo dato, seppur maggiore nel nostro Paese, è simile per tutti i mercati coinvolti nel sondaggio: 62% in Francia, 61% in Germania, 58% in Spagna, 55% in UK e 46% in Olanda. Di interesse i risultati dell’Olanda e dell’Inghilterra, che vedono i consumatori divisi reciprocamente con un 50% e un 43% che pensa che “velocità e facilità” vengano al primo posto negli acquisti on line, contro il 29% degli italiani, il 17% degli spagnoli, il 32% dei francesi e il 33% dei tedeschi.

E anche i meno pazienti

Lo studio ha poi esaminato i comportamenti degli utenti nel corso dello shopping on line. In Italia, il 39% degli intervistati ha dichiarato di aver abbandonato un acquisto perché i processi per la sicurezza del pagamento erano troppo complessi e lenti, contro il 44% di UK, il 48% della Germania, il 40% della Spagna, il 33% della Francia e il 47% dell’Olanda. Sempre in Italia, il 42% del campione interrogato ha risposto che si sentirebbe frustrato se il brand preferito introducesse nuovi processi di sicurezza, mentre il 50% apprezzerebbe un metodo di pagamento a basso rischio come l’addebito diretto, per evitare i sistemi di check-out. Lo studio ha anche rilevato come un numero significativo di persone si senta a disagio nel fornire dati personali per una corretta protezione dalle frodi: il 41% dei consumatori italiani interpellati dichiara che la necessità di dare informazioni personali o utilizzare strumenti biometrici li fa sentire al sicuro, mentre il 34% è sospettoso, il 16% si sente frustrato e il 17% è indifferente. I dati sono particolarmente interessanti perché arrivano a pochi mesi dall’introduzione della Strong Customer Authentication (SCA), che definisce gli standard di sicurezza in grado di supportare le tecnologie più all’avanguardia nei pagamenti digitali, come le soluzioni di autenticazione biometrica, e che entrerà in vigore il prossimo settembre nell’ambito della Direttiva europea PSD2. Secondo la nuova regolamentazione gli utenti dovranno fornire due serie di dati per autenticare un acquisto on line – che potrebbero essere una password o PIN, un’autenticazione biometriche o informazioni sul dispositivo, ad esempio un numero di cellulare.

La regina del Dop e l’Igp è la Toscana

Con 58 riconoscimenti nel vino e 31 nell’alimentare la Toscana è la regina per numero di Dop e Igp. Tante eccellenze legate ai territori di produzione, che vanno da salumi come la Finocchiona e il lardo di Colonnata alla carne di Cinta senese, da produzioni di nicchia, come il farro della Garfagnana e la Castagna del Monte Amiata, a dolci rinomati come i Ricciarelli e il Panforte di Siena.

Tuttavia, il valore economico del settore alimentare toscano è debole rispetto sia a quello di altre regioni sia a quello del suo stesso settore enologico. Lo conferma la ricerca elaborata dall’Ismea in occasione della prima edizione di Buyfood Toscana, la vetrina internazionale dell’enogastronomia di Siena.

Per valore prodotto, è 2a per il vino e 9a per l’alimentare

Complessivamente l’agroalimentare toscano genera un valore aggiunto di 3,5 miliardi. Nell’ambito del vino la Toscana costituisce la seconda regione per valore prodotto, con 926 milioni di euro contro i 3,1 miliardi del Veneto, mentre nell’alimentare a indicazione geografica si colloca alla 9° posto, con 111 milioni di euro. Questo valore non considera però il comparto dei prodotti della panetteria e pasticceria, che in Toscana riveste un ruolo rilevante, e che a una prima stima dovrebbe aggirarsi sui 20 milioni di euro, e potrebbe portare il valore complessivo del Dop e Igp vicino a 130 milioni di euro.

Carni e salumi in testa, Grosseto prima provincia per il food

Tra i prodotti a indicazione geografica del food, il settore principale in termini di valore generato nella regione è quello dei prodotti a base di carne (50 milioni di euro), che comprende i salumi, con 4 Igp e 2 Dop. Seguono i formaggi (30 milioni di euro), e l’olio, con un valore poco superiore ai 20 milioni di euro, le carni fresche (sopra i 12 milioni di euro), e i prodotti vegetali, con 500 mila euro circa. A livello di singola provincia toscana, riferisce Adnkronos, la più importante in termini di valore prodotto in ambito Ig-food è Grosseto (35 milioni di euro di valore della produzione), seguita da Siena (24 milioni di euro), e Arezzo, con 18 milioni di euro.

Export da 50 milioni di euro

I due comparti dove la Toscana è più rilevante a livello nazionale sono l’olio (18 milioni di euro) e le carni fresche (12,4 milioni di euro), in cui si colloca al 2° posto dopo la Sardegna. L’agroalimentare toscano di qualità ha potenzialità da esprimere anche in ambito export, con un valore totale stimato di 50 milioni di euro, e un’incidenza del 4% sull’export agroalimentare regionale. I principali mercati di destinazione delle indicazioni geografiche toscane del food sono gli Usa (quota 38%), la Germania (21%), il Regno Unito (13%), il Canada (5%), e il Giappone (3%). Cinque destinazioni che coprono circa l’80% dell’export dei prodotti a indicazione geografica toscani.