Laurea online, gli studenti preferiscono l’università telematica

Le università telematiche  si stanno affermando in maniera significativa. E molti studenti preferiscono laurearsi online, piuttosto che seguire un percorso di studi tradizionale. L’università telematica consente infatti di ottimizzare i tempi, evitando lunghi spostamenti per raggiungere le sedi degli atenei, e risparmiare denaro. Le lauree conseguite presso le principali Università telematiche sono riconosciute dal MIUR, e hanno lo stesso valore legale di quelle tradizionali. Questi importanti fattori hanno portato negli ultimi anni a un continuo aumento delle iscrizioni. E se nell’anno accademico 2010/11 il totale era inferiore alle 40.000 unità nel 2017/18 il numero è salito fino a superare i 93.000 iscritti.

Dal 2015 più di 38.000 iscritti, per una crescita di oltre il 69%

Gli aumenti più significativi riguardano le iscrizioni effettuate negli ultimi tre anni accademici considerati, che indicano un cospicuo incremento della partecipazione ai corsi di laurea online avvenuto fra il 2015/16 e il 2017/18, con un balzo in avanti di più di 38.000 unità in confronto al 2014/15, per una crescita di oltre il 69%. Le facoltà disponibili non comprendono solo discipline umanistiche, ma anche materie più tecniche, come un corso di laurea in ingegneria online. Grazie a una ampia varietà di scelta fra cui poter trovare il percorso più affine ai propri interessi.

Dalla laurea triennale a quella magistrale al Master online

Una possibilità fra le tante è quella di conseguire una laurea in giurisprudenza online, aprendosi la strada verso diversi sbocchi professionali, per esempio come avvocato in uno studio o come consulente legale in aziende private.

Insomma, sempre più persone sono attratte dalle opportunità offerte dalle università telematiche, dalla loro accessibilità e facilità di fruizione, sia per un corso di laurea triennale che per una laurea magistrale, con la possibilità anche di proseguire il percorso con un Master online, riporta Adnkronos.

Un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi

Il tutto è semplificato dal supporto di un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi e offrire indicazioni preziose sul metodo di preparazione più proficuo, permettendo il conseguimento dei propri obiettivi nel minor tempo possibile. Le Università telematiche riconosciute dal MIUR offrono una preparazione approfondita e completa, consentendo di organizzare al meglio il percorso di studi secondo i propri tempi e di ottenere un titolo di studio con valore legale, che dà quindi la possibilità di accedere a concorsi pubblici, dare inizio a una promettente carriera lavorativa, oppure indirizzarsi verso una stimolante specializzazione.

L’arte pesa sul Pil quasi come l’agricoltura

L’arte vale poco meno dell’agricoltura italiana, compresi i prodotti d’eccellenza che qualificano il made in Italy. Secondo un’indagine di Boston Consulting Group, condotta sui 358 musei statali italiani, 32 autonomi e 326 afferenti ai poli museali regionali, il sistema museale statale italiano nel 2018 ha generato 27 miliardi di euro di fatturato, pari all’1,6% del Pil. Poco meno dell’agricoltura, che pesa sul Pil per il 2,1%. Per Bcg il potenziale ancora inespresso è notevole, e vede una traiettoria che potrebbe incrementare l’impatto sul Pil, nell’arco dei prossimi 7 anni, fino ad arrivare a circa 40 miliardi di euro. E i ricavi da visitatori potrebbero raggiungere il miliardo di euro e i posti di lavoro crescere fino alle 200mila unità.

Nel 2018 circa 280 milioni di euro generati dai visitatori dei musei

Sempre secondo lo studio di Boston Consulting Group sono 53 milioni le persone che hanno visitato i musei italiani nel 2018, generando proventi da visitatore per circa 280 milioni di euro. I turisti culturali, cioè coloro che si sono spostati appositamente per visitare uno dei musei statali, sono stati 24 milioni.

Sul fronte del lavoro, gli occupati del settore museale sono di poco inferiori ai 120 mila tra diretti e indiretti, pari al 7% delle posizioni lavorative nel settore del turismo e dei servizi ricettivi, riporta Adnkronos.

“La cultura è una grande opportunità di crescita economica”

“Oggi più che mai è fondamentale che alla cultura sia data una grandissima attenzione – commenta il ministro dei Beni culturali, Dario Franceschini – sia perché è un veicolo per nutrire lo spirito e le menti delle persone sia perché è una grande opportunità di crescita economica. Questo studio lo dimostra – continua il ministro -. Il governo rafforzerà gli investimenti in cultura sia per il dovere costituzionale di tutelare il patrimonio culturale sia per supportare le imprese dei beni culturali che operano nel nostro paese, ma anche per tutti coloro che lavorano quotidianamente nei musei, nei parchi archeologici, nelle biblioteche, negli archivi e nelle strutture periferiche del Ministero”.

“Il patrimonio museale italiano è un patrimonio diffuso”

In questa logica, e tenendo conto che secondo Franceschini “il patrimonio museale italiano è un patrimonio diffuso”, come testimoniano i circa 5.000 musei presenti in Italia, dei quali circa 350 statali, il ministro ha ribadito la volontà di tutelare e promuovere le realtà erroneamente definite “minori”. Nel caso dei musei statali, ad esempio, ipotizzando il trasferimento di opere non esposte regolarmente e di particolare rilevanza per il territorio, da un museo statale a un altro dove possano essere valorizzate. In ogni caso, il ministro Franceschini ha escluso qualsiasi ipotesi di accorpamento di realtà museali minori.

Italiani più sportivi, palestre in 5 anni quasi +24%

Tutti pazzi per il fitness, e le palestre sono sempre più numerose e più frequentate. Un business in continua crescita, quindi, perché gli italiani sono sempre più attenti alla forma fisica, e sempre più appassionati alle manifestazioni sportive. Tanto che negli ultimi 5 anni, dal 2014 al 2019, palestre e circoli sportivi in Italia sono cresciuti del 23,9%, toccando i 23 mila operatori. Lo “zoccolo duro” del comparto è rappresentato da organizzazioni sportive e promozione di eventi legati allo sport, un ambito nel quale al 30 giugno scorso operavano 8.127 imprese, pari al 35% del totale. Una percentuale intorno al 22% è invece rappresentata dalle altre componenti dell’offerta imprenditoriale sportiva nazionale, come la gestione di impianti (5.167 attività), palestre (5.100), e club sportivi (4.986).

La Lombardia è la regione più “in forma”, con oltre 4.000 attività

Come mostrano i dati Unioncamere – InfoCamere al 30 giugno scorso, rispetto a quelli 2014 è la Lombardia la regione più “in forma”, con oltre 4 mila attività registrate, e incrementi di tutto rilievo nel periodo considerato, sia tra le palestre sia tra i club sportivi. Al secondo posto il Lazio, con quasi 3 mila attività, e al terzo l’Emilia Romagna, con oltre 2 mila. In termini di variazione percentuale nei cinque anni considerati, però, al primo posto si colloca il Lazio (+30,4%), seguito dalle Marche (+30,2%) e dal Veneto (+30%).

Roma è la numero uno a livello provinciale

A livello provinciale, Roma è in pole position per il maggior numero di imprese del settore, con oltre 2.500 attività, seguita da Milano, con quasi 1.500, e Torino, che sfiora quota mille. La coppia Roma-Milano è al vertice della classifica anche in termini di aumento delle attività appartenenti a questo comparto tra il 2014 e il 2019: +574 a Roma e +378 a Milano, grazie soprattutto alla crescente diffusione delle palestre (+113), riporta Adnkronos.

Rispetto a giugno 2014 a Biella le strutture sportive sono più che raddoppiate

Anche nelle realtà provinciali più piccole, però, oggi i cittadini possono contare su una rete crescente di attività specializzate nel fitness. A Biella, ad esempio, rispetto a giugno 2014 le strutture sportive sono più che raddoppiate. Tanto che a fine giugno 2019 la provincia registra un incremento di imprese del settore del 64%.

Alta la crescita anche a Imperia (+48,9%), e a Vercelli (+47,7%). Mentre aumenti di oltre il 40% contraddistinguono anche le province di Trieste, Catanzaro, Savona, Ravenna, Lodi, Caserta e Pescara.

Pagamenti on line: vince la praticità o la sicurezza?

Sempre di più, nella vita quotidiana, utilizziamo formule di pagamento per gli acquisti digitali. Ma, in questo scenario sempre più definito e consueto, a cosa stanno attenti i nostri connazionali? O meglio, cosa cercano i consumatori italiani? In linea generale, in Italia gli utenti si dichiarano frustrati dai sistemi di pagamento troppo complessi e lenti, ma d’altro canto sono pignoli in fatto di sicurezza quando si tratta di acquisti on line: è questo il “verdetto”  dello studio “Sicurezza vs praticità nei pagamenti on line” realizzata da GoCardless, mentre l’Europa si prepara a introdurre la normativa PSD2 per i digital payment. L’indagine è stata condotta su un campione di 6.000 consumatoti in 6 paesi europei, Italia compresa.

Gli italiani i più “attenti”…

La ricerca mette in luce che gli italiani sono particolarmente prudenti. Il 69% dei consumatori dello Stivale mette al primo posto la sicurezza quando effettua acquisti on line. Questo dato, seppur maggiore nel nostro Paese, è simile per tutti i mercati coinvolti nel sondaggio: 62% in Francia, 61% in Germania, 58% in Spagna, 55% in UK e 46% in Olanda. Di interesse i risultati dell’Olanda e dell’Inghilterra, che vedono i consumatori divisi reciprocamente con un 50% e un 43% che pensa che “velocità e facilità” vengano al primo posto negli acquisti on line, contro il 29% degli italiani, il 17% degli spagnoli, il 32% dei francesi e il 33% dei tedeschi.

E anche i meno pazienti

Lo studio ha poi esaminato i comportamenti degli utenti nel corso dello shopping on line. In Italia, il 39% degli intervistati ha dichiarato di aver abbandonato un acquisto perché i processi per la sicurezza del pagamento erano troppo complessi e lenti, contro il 44% di UK, il 48% della Germania, il 40% della Spagna, il 33% della Francia e il 47% dell’Olanda. Sempre in Italia, il 42% del campione interrogato ha risposto che si sentirebbe frustrato se il brand preferito introducesse nuovi processi di sicurezza, mentre il 50% apprezzerebbe un metodo di pagamento a basso rischio come l’addebito diretto, per evitare i sistemi di check-out. Lo studio ha anche rilevato come un numero significativo di persone si senta a disagio nel fornire dati personali per una corretta protezione dalle frodi: il 41% dei consumatori italiani interpellati dichiara che la necessità di dare informazioni personali o utilizzare strumenti biometrici li fa sentire al sicuro, mentre il 34% è sospettoso, il 16% si sente frustrato e il 17% è indifferente. I dati sono particolarmente interessanti perché arrivano a pochi mesi dall’introduzione della Strong Customer Authentication (SCA), che definisce gli standard di sicurezza in grado di supportare le tecnologie più all’avanguardia nei pagamenti digitali, come le soluzioni di autenticazione biometrica, e che entrerà in vigore il prossimo settembre nell’ambito della Direttiva europea PSD2. Secondo la nuova regolamentazione gli utenti dovranno fornire due serie di dati per autenticare un acquisto on line – che potrebbero essere una password o PIN, un’autenticazione biometriche o informazioni sul dispositivo, ad esempio un numero di cellulare.

La regina del Dop e l’Igp è la Toscana

Con 58 riconoscimenti nel vino e 31 nell’alimentare la Toscana è la regina per numero di Dop e Igp. Tante eccellenze legate ai territori di produzione, che vanno da salumi come la Finocchiona e il lardo di Colonnata alla carne di Cinta senese, da produzioni di nicchia, come il farro della Garfagnana e la Castagna del Monte Amiata, a dolci rinomati come i Ricciarelli e il Panforte di Siena.

Tuttavia, il valore economico del settore alimentare toscano è debole rispetto sia a quello di altre regioni sia a quello del suo stesso settore enologico. Lo conferma la ricerca elaborata dall’Ismea in occasione della prima edizione di Buyfood Toscana, la vetrina internazionale dell’enogastronomia di Siena.

Per valore prodotto, è 2a per il vino e 9a per l’alimentare

Complessivamente l’agroalimentare toscano genera un valore aggiunto di 3,5 miliardi. Nell’ambito del vino la Toscana costituisce la seconda regione per valore prodotto, con 926 milioni di euro contro i 3,1 miliardi del Veneto, mentre nell’alimentare a indicazione geografica si colloca alla 9° posto, con 111 milioni di euro. Questo valore non considera però il comparto dei prodotti della panetteria e pasticceria, che in Toscana riveste un ruolo rilevante, e che a una prima stima dovrebbe aggirarsi sui 20 milioni di euro, e potrebbe portare il valore complessivo del Dop e Igp vicino a 130 milioni di euro.

Carni e salumi in testa, Grosseto prima provincia per il food

Tra i prodotti a indicazione geografica del food, il settore principale in termini di valore generato nella regione è quello dei prodotti a base di carne (50 milioni di euro), che comprende i salumi, con 4 Igp e 2 Dop. Seguono i formaggi (30 milioni di euro), e l’olio, con un valore poco superiore ai 20 milioni di euro, le carni fresche (sopra i 12 milioni di euro), e i prodotti vegetali, con 500 mila euro circa. A livello di singola provincia toscana, riferisce Adnkronos, la più importante in termini di valore prodotto in ambito Ig-food è Grosseto (35 milioni di euro di valore della produzione), seguita da Siena (24 milioni di euro), e Arezzo, con 18 milioni di euro.

Export da 50 milioni di euro

I due comparti dove la Toscana è più rilevante a livello nazionale sono l’olio (18 milioni di euro) e le carni fresche (12,4 milioni di euro), in cui si colloca al 2° posto dopo la Sardegna. L’agroalimentare toscano di qualità ha potenzialità da esprimere anche in ambito export, con un valore totale stimato di 50 milioni di euro, e un’incidenza del 4% sull’export agroalimentare regionale. I principali mercati di destinazione delle indicazioni geografiche toscane del food sono gli Usa (quota 38%), la Germania (21%), il Regno Unito (13%), il Canada (5%), e il Giappone (3%). Cinque destinazioni che coprono circa l’80% dell’export dei prodotti a indicazione geografica toscani.

Energia rinnovabile, nel 2018 l’Italia raggiunge il 18,1% del fabbisogno energetico

Dopo aver superato gli obiettivi europei al 2020 in materia di consumi energetici coperti da fonti rinnovabili nel 2018 l’Italia ha raggiunto il 18,1% del fabbisogno energetico totale da fonti rinnovabili. E il 34,4% di consumi di energia elettrica sono coperti da impianti di produzione a fonti rinnovabili. Questo significa che ogni 10 kWh prodotti in Italia più di 3 sono verdi. Quanto all’impatto ambientale, le attività portate avanti dal Gestore dei servizi energetici hanno consentito di risparmiare 45 milioni di tonnellate di Co2 e quasi 117 milioni di barili equivalenti di petrolio. E di attivare investimenti nel settore green per circa 2,6 miliardi di euro.

Aumenta la produzione principalmente grazie all’idroelettrico

Secondo il Rapporto Attività 2018 del Gse lo scorso anno i 54,4 Gw (1 Gw in più rispetto al 2017) di potenza istallata per oltre 800.000 impianti hanno generato 114,7 TWh di energia elettrica, incrementando così la produzione da fonti rinnovabili in Italia di 11 TWh rispetto al 2017, principalmente grazie all’idroelettrico. I costi sostenuti dal Gse per l’incentivazione e il ritiro dell’energia elettrica sono stati di 13,4 miliardi di euro, in calo rispetto ai 14,2 miliardi di euro del 2017, per via del termine del periodo incentivante di impianti certificati verdi, oltre che per una minor produzione fotovoltaica.

Bollette: abbattimento della componente Asos di quasi un miliardo di euro

Il netto degli incentivi in bolletta è stato nel 2018 di 11,6 miliardi di euro. Si tratta di un abbattimento della componente Asos (ex componete A3 della bolletta elettrica) di quasi un miliardo di euro rispetto ai 12,5 miliardi del 2017. Complessivamente nel 2018 le attività del Gse hanno consentito di destinare alla promozione della sostenibilità circa 15,4 miliardi di euro, di cui 11,6 miliardi per l’incentivazione dell’energia elettrica da fonti rinnovabili, 1,7 miliardi ascrivibili all’efficienza energetica e alle rinnovabili termiche, 600 milioni relativi ai biocarburanti e 1,4 miliardi riconducibili ai proventi derivanti dall’Ets (Emission trading scheme), riporta Adnkronos.

Individuare ambiti d’investimento orientati a una crescita ecocompatibile

Il Gse ha supportato oltre 1.500 Comuni italiani nell’individuazione di ambiti d’investimento orientati a una crescita ecocompatibile, e alla riqualificazione energetica degli edifici pubblici. Sottoscrivendo diversi protocolli d’intesa con grandi città, Milano e Roma in primis, e Regioni, è stato ampliato il perimetro delle attività di supporto del Gse alle Pubbliche Amministrazioni.

E sul fronte della formazione, con il progetto “Gse incontra le scuole”, nel 2018 sono stati coinvolti oltre 4.200 studenti di 40 scuole sui temi e sui valori della sostenibilità ambientale, delle fonti rinnovabili e dell’efficienza energetica.

 

Italiani, più attenti alla privacy, ma ancora semianalfabeti digitali

I cittadini italiani iniziano a prestare una maggiore attenzione alla tutela dei propri dati personali durante la navigazione online. Da pc come da dispositivi mobili, l’attenzione alla propria privacy, e l’uso di piccoli accorgimenti per navigare in modo più consapevole e sicuro, sembrano crescere tra i nostri connazionali. Restano però da colmare alcune lacune per quanto riguarda le competenze digitali, e la conoscenza del linguaggio informatico. Si tratta dei risultati di una ricerca condotta da Boole Server, il vendor italiano di soluzioni per la protezione dei dati.

Primo passo verso la sicurezza, la scelta della password

Per quanto riguarda la scelta della password, gli italiani hanno imparato a utilizzare password diverse per diversi account. Ma alla luce delle risposte fornite dagli intervistati, emerge che se le donne sembrano più virtuose degli uomini, dichiarando di utilizzare password differenti per account diversi, al contempo ammettono di avere l’abitudine di memorizzare le stesse su cellulari, note o agende. Quanto agli uomini, la metà di coloro che hanno risposto al questionario ha dichiarato di utilizzare la stessa password per account diversi, mentre l’altra metà ha affermato di affidarsi a un generatore di password.

Attenti al phising, ma diffidenti verso le reti Wi-Fi pubbliche

Un segnale positivo, riporta Askanews, arriva dalle risposte sulle domande poste in merito al rischio di phishing, la tecnica utilizzata dai cybercriminali per rubare dati soprattutto dalle pagine di posta elettronica. La quasi totalità degli intervistati ha infatti risposto di controllare scrupolosamente il mittente delle mail prima di accedere al contenuto. Non conosce vie di mezzo, invece, il rapporto dei cittadini con le reti Wi-Fi pubbliche: se metà degli intervistati afferma di nutrire una profonda diffidenza per questo genere di rete, ed evita di effettuare il collegamento, l’altra metà pur di navigare gratis accetta tutte le policy senza leggere la relativa informativa.

Tanti cittadini non usano gli stessi strumenti di sicurezza dei pc anche sui cellulari

Diversa la percezione, in termini di tutela dai rischi, tra il pc e il telefono cellulare. La maggior parte degli intervistati ha dichiarato di non effettuare il log-out dai propri account su mobile in caso di momentanea sospensione dell’utilizzo del proprio dispositivo, affidando la difesa dell’accesso fraudolento al proprio smartphone a sistemi di blocco tramite riconoscimento facciale, impronta digitale o password. Un comportamento sintomo del fatto che ancora tanti cittadini non prestano lo stesso grado di attenzione e non usano gli stessi strumenti di messa in sicurezza dei computer anche sui cellulari. In realtà, attraverso questi ultimi si ha accesso all’intera vita digitale dell’utente, dalle app dei social network a quelle di messaggistica, per non parlare dei profili bancari e sanitari.

 

 

Globetrotter per professione: le otto città dove è più facile trovare lavoro

Da Berlino a Madrid, da New York a Ginevra fino a Melbourne e Auckland dall’altra parte del globo. Sono otto le città del mondo dove è più facile e più remunerativo trovare lavoro. La classifica delle migliori capitali del business, nonché un’ottima indicazione per chi ha deciso di provarci all’estero, è il frutto di un’analisi condotta da Eurocultura, il portale di mobilità internazionale. Si scopre così che Berlino è la patria delle start up mentre Seul in Corea del Sud, ad esempio, è la scelta vincente per chi ha un solido bagaglio tecnologico. Insomma, in diversi Paesi i lavori e i percorsi di carriera per soggetti qualificati stanno iniziando a comparire con grande rapidità. E in diverse città, che hanno già saputo adattarsi a un mondo sempre più globale e connesso,  sono disponibili nuovi posti di lavoro. Non resta che prenderli.

Berlino per le start up

In base alle rilevazioni di Eurocultura, la capitale tedesca è uno dei primari centri d’Europa per le start up. Entro il 2020, sono attesi oltre 100.000 nuobvi posti di lavoro. Gli altri settori che “corrono” i servizi economici e finanziari, l’amministrazione, l’industria di trasformazione, la produzione automobilistica, il commercio, il turismo, gli alberghi e i ristoranti.

Ginevra per la finanza

La seconda città più popolata della Svizzera è la mecca di grandi gruppi finanziari: conviene trasferirsi qui se si ha un ottimo know how in materia. Ma ci sono pure le sedi ci compagnie attive nei settori del petrolio, dell’industria, del commercio internazionale, della farmaceutica, della comunicazione.

Madrid per il terziario 

La crisi ormai alle spalle, la capitale spagnola ha un’economia basata principalmente sul settore terziario: spazio ai servizi finanziari e commerciali, all’industria, all’edilizia, all’agro-alimentare, alla tecnologia, all’informazione e della comunicazione. Senza ovviamente dimenticare il turismo.

New York, quello che si vuole c’è

La Grande Mela è ancora il centro di tutto. E offre lavoro in qualunque settore, principalmente nel comparto bancario e finanziario, nelle spedizioni, nei trasporti, nell’assistenza sanitaria, nella vendita al dettaglio, nei servizi professionali e tecnici, tempo libero e ospitalità.

Vancouver economia green

Splendida città canadese, considerata tra le iù vivibili al mondo, sta registrando un exploit nei settori della finanza, della tecnologia, del cinema e dei servizi personali. E ovviamente dell’economia verde in tutte le sue forme.

Melbourne la creativa

L’australiana Melbourne sta vivendo una particolare dinamicità nei comparti: finanza, biotecnologie, arte e design creativo, istruzione superiore, vendita al dettaglio e servizi. Bene anche la moda e il turismo.

Auckland hi-tech

La lontanissima Auckland, in Nuova Zelanda, ha un’economia particolarmente favorevole.. Specie in questi settori: tecnologia, servizi commerciali e finanziari, industria alimentare e delle bevande, turismo, cinema, edilizia,  attività marittime e istruzione internazionale.

Seul al top

Centro politico, culturale, sociale ed economico più importante della Corea del Sud, è al top per le tecnologie emergenti, la moda e il design architettonico. Oggi è una delle più forti economie mondiali.

Chi investe nei Big Data in Italia? Grandi imprese, ma anche Pmi

Il mondo produce un volume incredibile di dati, eterogenei per fonte e formato, pronti per essere immagazzinati, gestiti e soprattutto studiati. I cosiddetti Big Data sono dappertutto, e siamo noi stessi a generarli. Bastano pochi clic sullo smartphone o tablet, sui social network, i motori di ricerca, le mail o i siti internet. I dati grezzi tuttavia sono inutili, e per riuscire a estrarne valore bisogna utilizzare tecnologie di analisi in grado di trasformare i numeri in preziose informazioni per le aziende. Che acquistano un vantaggio competitivo enorme, non solo le grandi società, ma anche le piccole e medie imprese.

Un mercato che toccherà 103 miliardi di dollari nel 2027

Non è un caso che il mercato mondiale dell’analisi dei big data stia crescendo a velocità vertiginosa. Nel 2017 a livello globale valeva 35 miliardi di dollari, ma è destinato a triplicare in appena dieci anni e passare a quota 103 miliardi di dollari nel 2027. Anche in Italia il mercato della Big Data Analytics cresce a doppia cifra. E nel 2017 ha toccato un valore di 1,1 miliardi di euro, con un incremento del 22% rispetto all’anno precedente.

Le grandi imprese si dividono l’87% della spesa

Le grandi imprese fanno la parte del leone, dividendosi l’87% della spesa complessiva, ma anche gli investimenti delle Pmi sono aumentati del 18% rispetto al 2016. Più in dettaglio, il 42% della spesa finisce in software, come database, strumenti e applicativi per acquisire, visualizzare e analizzare i dati, il 33% in servizi (personalizzazione dei software, integrazione con sistemi informativi aziendali e riprogettazione dei processi), e il 25% in quelle che vengono definite “infrastrutture abilitanti”, ovvero capacità di calcolo, server e storage.

Sono le banche a investire di più in Big Data Analytics

Tra le grandi imprese, riferisce una notizia Ansa, sono le banche a investire di più in Big Data Analytics, e rappresentano il 28% del totale della spesa complessiva. Agli istituti di credito seguono l’industria manifatturiera (24%), telecomunicazioni e media (14%), Pubblica amministrazione e sanità (7%), servizi (8%), grande distribuzione (7%), utility (6%), e assicurazioni (6%).

Ma se si considerano i trend di crescita a guidare la classifica sono assicurazioni, manifatturiero e servizi, con tassi superiori al 25%, seguiti da banche, grande distribuzione, telecomunicazioni e media, con tassi di crescita che vanno dal 15% al 25%. E ancora, utility, Pubblica amministrazione e sanità

Microimprese, la metà chiude entro i primi 2 anni

Delle 235.985 imprese individuali nate nel 2014, 88.184 sono cessate entro il 30 giugno 2018, e di queste 48.377 entro il 2015. In pratica una microimpresa su due chiude nei primi due anni di vita, e solo 3 su 5 sopravvivono a cinque anni dalla nascita. E appena il 5% di chi “non ce la fa” si rimette in gioco.

È quanto emerge dalla fotografia scattata da Unioncamere e InfoCamere sull’universo delle realtà imprenditoriali a gestione individuale, le cosiddette microimprese. Sono molte infatti le iniziative che non superano il primo anno di età: solo nel 2014 sono nate e morte 20.538 imprese. La selezione “darwiniana” è più forte nei settori del turismo, in cui il 43,5% chiude entro il primo lustro, dei servizi alla persona (40,1%) e dell’assicurazione e credito (39,6%).

La mappa delle imprese più resilienti

Nelle diverse regioni le imprese più resilienti sono quelle della Lucania (solo il 30,5% non supera il primo quinquennio), seguite dalle sarde (30,7%) e le trentine (31,3%). L’emorragia è più forte, invece, tra i titolari dell’Emilia Romagna (40%), Toscana (39,9%) e Piemonte(39,5%). Al Sud e nelle Isole si registra in media una percentuale inferiore di chiusure, forse perché qui più che altrove la via dell’impresa e del lavoro autonomo rappresenta spesso la sola prospettiva di sbocco occupazionale e di reddito a cui ci si aggrappa nonostante le difficoltà.

Nel Centro-Nord maggiore propensione a ritentare la carta

Nel Mezzogiorno però chi chiude quasi mai si rimette in proprio. Viceversa, secondo il rapporto Unioncamere, nelle regioni del Centro-Nord emerge una maggiore propensione a ritentare la carta dell’imprenditorialità. I più audaci sono i titolari della Valle D’Aosta (9,8%), Lombardia (8,2%) e Veneto (7,1%).

Dall’analisi delle business community straniere, inoltre, la mortalità più elevata si registra tra le imprese con un titolare cinese, per le quali il 47,7% ha chiuso l’attività entro i primi cinque anni. Seguono le realtà a guida indiana (44,1%), riferisce una notizia Ansa, e rumena (42,3%).

I titolari cinesi si rimettono in gioco nel 15% dei casi

Ma se sono in molti a scoraggiarsi e a rinunciare al sogno di mettersi in proprio, ancora una volta i titolari cinesi si smarcano dagli altri rimettendosi in gioco nel 15% dei casi (contro il 5% delle media). Più audaci di loro sono solo i pakistani, che oltre a essere tra i più resistenti, il 29,5% chiude i battenti entro cinque anni contro la media del 37,4%, sono anche i più disposti a mettersi nuovamente alla prova. dei microimprenditori pakistani riapre i battenti nel 18,8% dei casi.