Le donne italiane studiano più degli uomini, ma resta il gap sul lavoro

In Italia le donne presentano un livello di istruzione più alto rispetto agli uomini, ma il gap sul lavoro continua a non essere colmato. Nonostante livelli di istruzione più elevati il tasso di occupazione femminile è inferiore di oltre 20 punti percentuali a quello maschile. Si ferma infatti al 56,1%, contro il 76,8% degli uomini, evidenziando un divario di genere più marcato rispetto alla media europea e agli altri grandi Paesi europei. La conferma arriva dal Report dell’Istat sui livelli di istruzione in Italia, che evidenzia come tra i maggiori Paesi europei Italia e Spagna abbiano in comune un livello di istruzione femminile sensibilmente maggiore di quello maschile.

Una crescita dei livelli di istruzione più veloce rispetto ai maschi

Nel nostro Paese, nel 2019 le donne con almeno il diploma erano quasi i due terzi del totale, il 64,5%, una quota di circa 5 punti percentuali superiore a quella degli uomini, pari al 59,8%. Una differenza che nella media Ue è di appena un punto percentuale. Nel 2019 le donne laureate erano il 22,4% contro il 16,8% degli uomini, un vantaggio femminile ancora una volta più marcato rispetto alla media Ue. Questo risultato deriva anche da una crescita dei livelli di istruzione femminili più veloce rispetto a quella dei maschi. In cinque anni la quota di donne almeno diplomate e di quelle laureate è aumentata, in entrambi i casi, di 3,5 punti percentuali (+2,2 punti e +1,9 punti i rispettivi incrementi tra gli uomini).

All’aumentare del livello di istruzione aumenta la possibilità che le donne abbiano un lavoro

Lo svantaggio delle donne si riduce tuttavia all’aumentare del livello di istruzione. Il differenziale con gli uomini tra coloro che hanno un titolo secondario inferiore è pari a 31,7 punti, ma scende a 20,2 punti tra i diplomati e raggiunge gli 8,2 punti tra i laureati. In ogni caso, le donne in possesso di un diploma hanno un tasso di occupazione di 25 punti percentuali superiore a quello delle coetanee con basso livello di istruzione (un vantaggio doppio rispetto agli uomini) e la differenza tra laurea e diploma è di 16,6 punti (scarto di oltre tre volte superiore a quello maschile), riporta Ansa.

Maggiore spendibilità nel mercato del lavoro dei titoli di studio più alti

Sui “premi” occupazionali, si legge nel report dell’Istat, incide la maggiore spendibilità nel mercato del lavoro dei titoli di studio più alti. Tra i 25-64enni, ad esempio, il tasso di disoccupazione per chi ha un basso titolo di studio è più che doppio rispetto a chi ha la laurea. Un altro fattore determinante risulta essere però anche il maggiore interesse alla partecipazione al mercato del lavoro. Per chi ha titoli più bassi il tasso di inattività è circa tre volte più alto.

Ue verso la sostenibilità, ma deve far fronte ai trend del futuro

A seguito della trasformazione dei sistemi di produzione e consumo e di macro processi, come i megatrend demografici e tecnologici, i sistemi finanziari e fiscali europei dovranno affrontare mutamenti significativi nei prossimi decenni. Il raggiungimento della transizione di sostenibilità richiederà che tutte le aree e tutti i livelli di governo lavorino insieme per consentire l’emergere e la diffusione di nuovi modi di vivere e lavorare. Il rapporto ‘The sustainability transition in Europe in an age of demographic and technological change’, pubblicato dall’Agenzia europea per l’ambiente (Eea), analizza il ruolo che la green economy riveste nell’ambito della transizione verso la sostenibilità, prendendo in considerazione due fattori chiave, transizioni demografiche e sviluppo tecnologico.

L’impatto dell’invecchiamento demografico sull’ambiente

L’invecchiamento della popolazione influirà significativamente sull’ambiente, portando a un mutamento nel livello e nella struttura dei consumi. Una popolazione anziana dovrebbe usufruire maggiormente dei servizi domestici, ma meno dei servizi relativi ai trasporti, con conseguenti cambiamenti nel fabbisogno di energia, e nelle emissioni. Si prevede inoltre che l’invecchiamento della popolazione, e un eventuale declino, previsto per la metà di questo secolo, determinerà una riduzione generale dei livelli di consumo, con effettivi positivi sull’ambiente. Questo trend potrà anche produrre, riporta Ansa, effetti ambientali incerti attraverso canali indiretti. L’invecchiamento demografico, con le conseguenze sul mercato del lavoro, potrà avere implicazioni per la borsa pubblica e privata, che a sua volta può influenzare le strategie e ostacolare gli investimenti.

Gli effetti ambigui della transizione tecnologica

Anche la tecnologia può sostenere la crescita economica in una società che invecchia, fornendo la capacità di produzione in sostituzione di una forza lavoro in calo. Tuttavia gli effetti della transizione tecnologica possono essere ambigui, poiché questa non è guidata principalmente da obiettivi di sostenibilità.

Automi, robot e dispositivi basati sull’AI non sono attualmente tassati allo stesso modo del lavoro, e blockchain, auto a guida autonoma e piattaforme di condivisione potrebbero richiedere grandi quantità di energia aggiuntiva, o avere effetti incerti sulla domanda di risorse. Il ritmo di sviluppo e diffusione della tecnologia verde in Europa inoltre è più lento di quanto sarebbe necessario, e gli investimenti nell’ecoinnovazione non sono sufficientemente ricompensati dai mercati e/o sostenuti da strumenti politici.

Un equilibrio caratterizzato da compromessi e incertezze

Attualmente le risorse allocate per l’ambiente rappresentano solo una piccola parte della spesa pubblica nei Paesi dell’Unione, e non sono aumentate significativamente nell’ultimo decennio. La tassazione ambientale è dunque necessaria per determinare una duratura efficienza delle risorse, una decarbonizzazione strutturata e un’economia circolare diffusa. Un numero crescente di aziende sta adottando strategie di sostenibilità anche per le nuove opportunità di mercato e ritorno economico. Inoltre, la considerazione dei rischi climatici nelle scelte di finanziamento di banche e autorità di regolamentazione finanziaria può essere interpretata come un ulteriore segnale di cambiamento.

Il raggiungimento di questo equilibrio rappresenta dunque una grande sfida di governance, caratterizzata da compromessi e incertezze.

Dormire con la pandemia? Poco e male

Angoscia, risvegli notturni, difficoltà ad addormentarsi. Sono questi gli effetti sul sonno del Covid-19, che riguardano solo gli insonni cronici, ma anche chi prima riposava come un bambino. Un’indagine conoscitiva effettuata dall’Assirem Ets (Associazione Italiana per la Ricerca e l’Educazione nella Medicina del Sonno) su un campione nazionale di 1.000 persone rivela che dal momento in cui si è entrati in fase lockdown si dorme peggio, e con sonni per lo più agitati e disturbati da incubi. La pandemia ha modificato la quotidianità e i ritmi di vita creando motivi di ansia, stress e alterazione dell’umore. E questo incide sul benessere e anche sul riposo notturno, che però va monitorato per evitare la cronicizzazione di eventuali disturbi del sonno.

Si va a letto più tardi, e ci vuole più tempo ad addormentarsi

Secondo l’indagine, nonostante il totale delle ore di sonno notturne non sia mutato sostanzialmente, sono cambiati gli orari, quello di andare a letto e del risveglio, entrambi ritardati di oltre 1 o 2 ore. Ancor più sensibilmente si è modificata la qualità percepita del sonno, giudicata, da oltre la metà degli intervistati, “abbastanza o molto cattiva”. 

Inoltre, i dati evidenziano che le persone impiegano più tempo ad addormentarsi rispetto al periodo precedente al Covid. Il 50% di coloro che prima si addormentavano nell’arco di 15 minuti ora ci mettono di più, anche oltre un’ora.

Peggiora la qualità del sonno

Cambia sensibilmente, si legge ancora nella ricerca, anche la qualità del sonno, che passa da “molto buona” per il 17% degli intervistati prima della pandemia all’8,2% attuale. Risulta invece “abbastanza buona” per il 39,6% (prima lo era per il 64,9%), e giudicata “abbastanza cattiva” dal 37,2% (prima era giudicata tale dal 16,1%). Il 15%, poi, giudica la qualità del sonno “molto cattiva” contro il 2% precedente. In pratica, oltre la metà degli intervistati ora indica una qualità del sonno “abbastanza o molto cattiva”.

“Un trend di peggioramento che va monitorato e seguito con attenzione”

Aumentano anche i risvegli notturni, con 3 persone su 4 che si sono svegliate al mattino presto almeno una volta a settimana, contro 4 persone su 10 prima del Covid. E le persone che lamentano brutti sogni sono passate da 1 su 10 a 4 su 10 attuali.

Non è tutto. Il Covid ha fatto aumentare del 6% anche il numero delle persone che 3 o più volte a settimana sono ricorse a farmaci per dormire, mentre sono diminuite di circa il 10% coloro che non ne hanno assunti, riporta Agi.

“L’indagine fornisce spunti interessanti di approfondimento – commenta Raffaele Ferri, presidente Assirem Ets – evidenziando un trend di peggioramento che va monitorato e seguito con attenzione per prevenire possibili conseguenze a lungo termine sulla salute delle persone e la cronicizzazione di alcuni di questi disturbi”. 

Virus informatici come il Covid-19: usano un “paziente zero”

Nei primi tre mesi del 2020 sono spuntati i cyber-attacchi che sfruttano il tema del coronavirus, e ne imitano la diffusione. Anche i virus informatici usano infatti un “paziente zero”, spesso un dipendente interno, per colpire industrie e banche italiane. A spiegarlo sono i ricercatori di Yoroi, in occasione dell’uscita del rapporto 2019 sulle minacce informatiche.

“La principale tendenza che abbiamo notato negli ultimi 7-10 giorni – spiega all’Ansa Marco Ramili, AD di Yoroi – è che il coronavirus è usato come tematizzazione per indurre gli utenti ad aprire allegati e cliccare su link malevoli. E il lavoro da remoto non aiuta perché i sistemi aziendali vengono bypassati e gli attaccanti hanno maggiore opportunità di fare breccia nel Pc di una vittima”.

Si attaccano i dipendenti con l’obiettivo di colpire l’azienda

“Qualche settimana fa si attaccavano gli utenti – continua Ramili – oggi invece si attaccano i dipendenti con l’obiettivo di colpire l’azienda di appartenenza. E gli hacker attendono silentemente che il dipendente si connetta alla rete aziendale per poi muoversi lateralmente verso cartelle condivise o portali web interni all’azienda”.

Secondo gli esperti molti grandi gruppi di cybercrime hanno poi sviluppato una sorta di unità criminali, denominate DarkTeams, in grado di coinvolgere direttamente target di alto valore nelle aziende private, ottenendo l’accesso al loro core business installando strumenti ransomware su tutta la rete subito dopo aver cancellato le proprie tracce.

Nel mirino il Made in Italy

In questo modo, i cybercriminali dimostrano di conoscere bene i loro target e di essere in grado di sviluppare movimenti laterali sia dentro sia fuori l’azienda colpita. E infatti, rilevano i ricercatori, se nel 2018 occorrevano 71 ore prima che un arbitrario paziente zero contagiasse gli altri, nel 2019 questo lasso temporale è sceso a sole 3 ore. In particolare, il rapporto spiega che i settori più colpiti dagli attacchi informatici in Italia nel 2019 sono stati il Made in Italy insieme al settore manifatturiero (19,4%), il finanziario (17,9%) e il bancario (12,7%), riporta Ansa.

L’email resta il principale vettore di attacco

Le armi dei cybercriminali prendono spesso le sembianze dell’email, un vettore usato nell’89% degli attacchi. E molti dei malware distribuiti sia sotto forma di email sia di file scaricati sono parte di una catena di infezione più complessa, in grado di installare anche più tipi di malware. Secondo il rapporto aumenta anche l’uso dei trojan (Cavalli di troia per virus malevoli) mentre diminuisce quello di ransomware. Questi ultimi sono attacchi che prendono in ostaggio i sistemi informatici di un’azienda impedendo di accedervi se prima non si paga un riscatto in bitcoin. Provengono soprattutto da Cina, Russia, Brasile e nell’80% dei casi sfruttano allegati e file di Microsoft Office, come documenti Word e fogli di calcolo Excel.

Nel 2019 l’Italia supera gli obiettivi Ue per riciclaggio dei rifiuti

Nel 2019 l’Italia ha riciclato il 71,2% dei rifiuti di imballaggio, pari a più di 9 milioni e mezzo di tonnellate, superando gli obiettivi europei di raggiungere la quota del 65% entro il 2025. Secondo Conai, il Consorzio nazionale imballaggi, la stima per il 2019 indica anche una crescita rispetto allo scorso anno, quando la percentuale di riciclo si è assestava al 69,7%.

“Un segno che i risultati continuano a migliorare, anche alla luce del fatto che lo scorso anno l’immesso al consumo è cresciuto – afferma Giorgio Quagliuolo, presidente del Consorzio – dai 13 milioni e 267 mila tonnellate del 2018 siamo passati a sfiorare i 13 milioni e mezzo. Una percentuale di riciclo più alta, insomma, nonostante sia cresciuto il quantitativo di imballaggi sul mercato”.

I numeri degli imballaggi che hanno evitato la discarica

Più in dettaglio, sui primi dati 2019 (il consolidato arriverà a giugno), Conai stima che in Italia siano state complessivamente avviate a riciclo 390 mila tonnellate di acciaio, 52 mila tonnellate di alluminio, 4 milioni e 14 mila tonnellate di carta, 1 milione e 995 mila tonnellate di legno, 1 milione e 79 mila tonnellate di plastica e 2 milioni e 10 mila tonnellate di vetro. I numeri poi crescono se si considerano tutti gli imballaggi che nel 2019 hanno evitato la discarica. Sommando ai numeri del riciclo quelli del recupero energetico si ottiene infatti un totale di 11 milioni e 49 mila tonnellate. Ovvero l’82,4% dell’immesso al consumo, riporta Adnkronos. Una crescita di quasi due punti percentuali rispetto al 2018, nonostante il 2019 sia stato caratterizzato da un crollo del valore delle materie prime seconde, macero in primis.

Sono quasi 600 mila le tonnellate di materiale in più proveniente dalla raccolta differenziata

Se si analizza solo la quota parte di imballaggi gestita direttamente da Conai e dai suoi Consorzi di filiera (Ricrea, Cial, Comieco, Rilegno, Corepla e Coreve), infatti, si nota come siano state quasi 600 mila le tonnellate di materiale in più proveniente dalla raccolta differenziata, non assorbite dal mercato, e rientrate in convenzione con il sistema consortile. Imballaggi per i quali Conai, nel suo ruolo di sussidiarietà al mercato, ha direttamente garantito lo sbocco a riciclo.

“La carenza di impianti, soprattutto in alcune regioni del Sud, rischia di essere un freno”

“Non dimentichiamo che, per quanto l’Italia sia oggi un modello di economia circolare in Europa, ci sono ancora traguardi da raggiungere – aggiunge Giorgio Quagliuolo -. Oltre al crollo del prezzo delle materie prime seconde, va risolto anche il problema della loro collocazione sul mercato: occorre incentivare l’uso di materia riciclata – puntualizza il presidente Conai -. Senza contare che la carenza di impianti, soprattutto in alcune regioni del Sud, rischia di essere un freno sia per la nostra attività sia per gli sforzi di imprese e cittadini”.

Arriva il packaging bio e intelligente per il cibo

Presto avremo nei nostri carrelli della spesa e nei frigoriferi cibi confezionati in contenitori capaci di cambiare colore se l’alimento non è più buono. Si tratta speciali packaging realizzati in bio materiali e particolari plastiche green sviluppate da materie prime vegetali per possibili applicazioni nell’alimentare, nell’arredamento e nei mezzi di trasporto. La principale caratteristica di queste bio-pellicole ‘intelligenti’ è quella di poter cambiare colore in caso di deterioramento del cibo oppure prolungarne la scadenza. Ma non solo: questi materiali sono anche al 100% biodegradabili e compostabili e soprattutto sono il frutto di un team tutto italiano, quello dei ricercatori del Centro Enea di Brindisi.

Bio plastiche sostenibili e intelligenti
Tutte le caratteristiche di queste bio plastiche sono illustrate nel @Eneainforma – il magazine consultabile on line -: “Sono ricavate dalla trasformazione degli zuccheri contenuti nel mais e nelle barbabietole, mentre i bio-compositi sono stati ottenuti aggiungendo alla bio-plastica additivi provenienti dagli scarti di lavorazione dei settori agroalimentari tipici del territorio”. “Siamo impegnati da anni nella sfida per la sostenibilità, in linea con i principi dell’economia circolare – spiega Claudia Massaro, ricercatrice del Centro Enea di Brindisi – ci siamo dedicati allo sviluppo di soluzioni per ridurre l’impatto ambientale dei contenitori a fine vita, in linea con gli obiettivi della direttiva europea” sul bando della plastica monouso al 2021. Ma questo lavoro straordinario, che probabilmente rivoluzionerà il nostro modo di fare la spesa e conservare gli alimenti, vede anche la collaborazione di un’altra istituzione del Mezzogiorno, l’università del Salento. I nuovi materiali sono stati sviluppati aggiungendo alla bioplastica fibre o additivi di origine naturale derivanti da scarti della filiera agroalimentare (lino, canapa, vegetazione olearia, lavorazione del caffè); hanno proprietà meccaniche e di resistenza al fuoco, ed è per questo che possono essere utilizzate anche nell’arredamento e per gli interni dei mezzi di trasporto  come ebrei treni e auto.

Possono sostituire le plastiche “classiche”

Oltre ad avere diversi superpoteri, come “spiccate proprietà antiossidanti e antifungine, molto utili nel packaging alimentare”, possono in primis segnalare il deterioramento del prodotto reagendo “attivamente con l’atmosfera interna della confezione, cambiano colore a seconda dell’ambiente acido-base con cui vengono a contatto, diventando così indicatori dello stato di conservazione del prodotto”. Ma c’è di più: per le loro caratteristiche le “bioplastiche e biocompositi a fine vita subiscono un processo di degradazione che produce sostanze innocue o utili come i fertilizzanti e possiedono caratteristiche chimico-fisiche in grado di sostituire completamente le plastiche di origine fossile”, spiega infine Claudia Massaro.

Italia, la ricchezza è a Nord: Pil doppio che al Sud

L’Italia è divisa a metà, almeno per quanto riguarda la distribuzione della ricchezza. Esiste infatti una forbice importante fra il Nord e il Sud dello Stivale, come segnala l’Istat. Nel 2018 il Pil in volume è aumentato dell’1,4% nel Nord-est, dello 0,7% nel Nord-ovest e nel Centro e dello 0,3% nel Mezzogiorno.

36 mila euro contro 19 mila 
Il Pil procapite vede in cima alla graduatoria l’area del Nord-ovest con un valore in termini nominali di oltre 36mila euro, quasi il doppio di quello del Mezzogiorno, pari a circa 19mila euro annui. In mezzo alla classifica si posizionano il Nord-est, con 35,1mila euro (34,3mila euro nel 2017) e il Centro, con 31,6mila euro (31,1mila euro nel 2017). Le famiglie residenti nel Nord-ovest dispongono del livello di reddito per abitante più elevato (oltre 22mila euro), quasi il 60% in più di quelle del Mezzogiorno (14mila euro). Nel 2018 il Pil in volume a livello nazionale è aumentato dello 0,8% rispetto all’anno precedente. La ripartizione più dinamica è il Nord-est dove il Pil è cresciuto dell’1,4%, trainato dalla performance dell’Industria (+3,2% rispetto al 2017) e dai risultati positivi delle Costruzioni (+2,3%) e dell’Agricoltura (+3,1%). Nel Nord-ovest e nel Centro il Pil è cresciuto dello 0,7%, meno della media nazionale. Nella prima ripartizione la crescita è stata rallentata dalla dinamica negativa delle Costruzioni e da più moderate dinamiche dell’Agricoltura e dell’Industria mentre al Centro è il settore dei Servizi a segnare il passo. La crescita più lenta si registra nel Mezzogiorno, dove il Pil è aumentato solo dello 0,3% rispetto al 2017. Alla crescita dell’attività produttiva si è accompagnato, nel 2018, un aumento in volume dei consumi finali delle famiglie di poco superiore (+0,9%). La spesa delle famiglie ha mostrato la dinamica più elevata al Centro (+1,2%), tutte le altre ripartizioni si posizionano in prossimità della media nazionale.

Cresce il reddito disponibile delle famiglie

Nel 2018 il reddito disponibile delle famiglie, cresciuto dell’1,9% a livello nazionale, mostra una dinamica di poco inferiore nel Centro e nel Mezzogiorno (+1,8%) e superiore nel Nord-ovest e nel Nord-est (rispettivamente, +2% e +2,1%). Nel 2018 il Pil in volume a livello nazionale è aumentato dello 0,8% rispetto all’anno precedente. A livello regionale sono le Marche a registrare la crescita del Pil più elevata, con un 3% di aumento rispetto all’anno precedente. Un deciso recupero dell’attività produttiva si rileva anche per l’Abruzzo, dove il Pil è cresciuto del 2,2% a fronte dello 0,6% del 2017, e per la Provincia Autonoma di Bolzano-Bozen (+2%).

Top 10 lavori emergenti, 7 in ambito tecnologico

La tecnologia predomina anche fra le professioni emergenti. Tra protezione e gestione dei dati e AI nella classifica delle 10 figure professionali con il tasso di crescita più elevato negli ultimi 4 anni in Italia, 7 posizioni su 10 sono legate allo sviluppo di software e gestione dei dati informatici in ambito business.

La ricerca LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, oltre a stilare la Top 10 dei lavori emergenti, delinea alcune tendenze del mercato del lavoro nel nostro Paese. E se i profili che stanno diventando man mano più ricercati nel nostro Paese riguardano il settore digitale e tecnologico, la figura di Data Protection Officer si posiziona al primo posto dei Most Emerging Jobs in Italia, seguita sul podio dal Salesforce Consultant, e dal Big Data Developer.

Dall’Artificial Intelligence Specialist al Warehouse Operative

Al quarto posto si piazza la figura dell’Artificial Intelligence Specialist, uno dei profili professionali più innovativi e con il tasso di maggior crescita, mentre al quinto il BIM (Building Information Modeling) Specialist, figura tecnica altamente specializzata e deputata all’ottimizzazione di tutte le fasi che riguardano la progettazione, l’edificazione e la gestione della costruzione degli edifici per mezzo di un software. Al sesto posto si posiziona invece il Lending Officer, ovvero il professionista deputato a determinare le pratiche di prestito di un istituto finanziario, mentre al settimo, il Warehouse Operative. Meglio conosciuto come Responsabile Magazzino, è un ruolo professionale che con la crescita dei servizi di e-commerce sta vivendo una vera e propria evoluzione nelle sue mansioni.

Chiude la classifica il Customer Success Specialist

Ottavo e nono posto sono occupati rispettivamente dal Data Scientist e il Cyber Security Specialist. Chiude la Top 10 il Customer Success Specialist, una nuova figura dell’ambito della relazione con i clienti. Ma i nuovi lavori in ambito digitale emergono anche nelle seconde 10 posizioni (Top 20) dei LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019, tra le quali spiccano il Robotics Engineer e il DevOps Engineer, posizionate subito dietro alla figura Intensive Care Nurse (undicesimo posto), un profilo infermieristico altamente formato e specializzato. In fondo alla classifica (ventesimo posto), una posizione legata alle tecnologie nell’ambito delle risorse umane, l’Information Technology Recruiter, focalizzato proprio nella ricerca sul mercato del lavoro dei migliori talenti dotati di competenze tecnologiche.

Per il 40% dei recruiter mancano candidati con le giuste competenze digitali

I dati della LinkedIn Emerging Jobs Italia 2019 ribadiscono quelli emersi nella ricerca Recruiter Sentiment 2019 Italia, svolta da Coleman Parkes per conto di LinkedIn su un campione di oltre 300 responsabili delle Risorse Umane di otto settori industriali. Secondo i responsabili HR italiani tra le competenze professionali fondamentali per entrare e crescere nel mercato del lavoro vi sono quelle in ambito tecnologico e di coding (15%), E i settori industriali nei quali risultano ancora più importanti sono il finance (93%), l’amministrazione (90%), il settore travel (85%) e la sanità (83%). Di fatto però il 40% dei recruiter pensa che non vi siano abbastanza candidati con le giuste competenze digitali rispetto ai posti di lavoro disponibili. Considerando le prospettive dettate dalla Commissione Europea nell’ambito delle competenze digitali, in Italia c’è quindi ancora molto da fare.

Tik Tok pensa in grande, ma la sicurezza dei dati è in dubbio

Tik Tok è l’app cinese più amata dagli adolescenti, perché è un misto tra un social network e YouTube, e permette di postare brevi video accompagnati dalla musica. Secondo la società di analisi Sensor Tower, Tik Tok è stata scaricata un miliardo e mezzo di volte, è presente in oltre 150 Paesi, ed è tradotta in 75 lingue. E negli Stati Uniti il 60% dei 26,5 milioni di utenti attivi mensilmente ha un’età compresa tra i 16 e i 24 anni. Lanciata nel 2017 da ByteDance da allora la piattaforma ha vissuto una crescita vertiginosa, tanto da incalzare le app dell’ecosistema Zuckerberg. E poiché Tik Tok sembra voler ampliare i suoi servizi e sbarcare in Borsa, gli Stati Uniti, impegnati in una guerra commerciale con la Cina, hanno chiesto l’apertura di una inchiesta sul suo funzionamento.

Presto anche streaming, shopping online e uno smartphone

ByteDance sta pensando quindi di capitalizzare questa popolarità aggiungendo servizi e andando all’assalto dei mercati emergenti. I media americani danno infatti per imminente il lancio di un servizio di musica in streaming, in competizione con Spotify e Apple Music, inizialmente in India e Brasile per poi estendersi in mercati più maturi come gli Usa. Sembra infatti che ByteDance avrebbe avviato contatti con le principali major, da Universal Music a Sony Music a Warner Music, per ottenere accordi di licenza globali. La società con sede a Pechino, avrebbe inoltre condotto un test per portare lo shopping online su Tik Tok. E per ampliare la sua platea di giovani sarebbe pronta anche a lanciare un proprio smartphone.

Un’indagine Usa per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”

Secondo indiscrezioni poi smentite, la compagnia tecnologica valutata da Softbank circa 75 miliardi di dollari avrebbe intenzione di quotarsi a breve sulla piazza di Hong Kong. La crescita di popolarità però si accompagna a critiche sulla sicurezza. Negli Stati Uniti, a febbraio scorso Tik Tok è stata condannata dalla Federal Trade Commission a pagare 5,7 milioni di dollari di multa per aver raccolto dati di bambini senza il loro consenso. E qualche settimana fa due senatori, Charles Schumer e Tom Cotton, hanno chiesto all’intelligence di aprire un indagine sul social cinese per possibili “rischi alla sicurezza nazionale”. Mentre, un altro senatore, Marco Rubio, accusa l’app di censura politica su argomenti sensibili come le proteste di Hong Kong.

Anche l’Italia si preoccupa

A un anno di distanza dallo sbarco nel nostro Paese anche in Italia c’è attenzione per Tik Tok. In particolare, da parte di artisti e politici come Matteo Salvini e Giorgio Mulè di Forza Italia, che ha chiesto al governo di accendere un faro sull’app “con milioni di video e dati personali caricati da ragazzini”.

Da parte sua, il presidente del Copasir, Raffaele Volpi, senza mai menzionare l’app ha parlato “di un social nuovo, creato ad arte da uno Stato per controllare i propri giovani”.

Laurea online, gli studenti preferiscono l’università telematica

Le università telematiche  si stanno affermando in maniera significativa. E molti studenti preferiscono laurearsi online, piuttosto che seguire un percorso di studi tradizionale. L’università telematica consente infatti di ottimizzare i tempi, evitando lunghi spostamenti per raggiungere le sedi degli atenei, e risparmiare denaro. Le lauree conseguite presso le principali Università telematiche sono riconosciute dal MIUR, e hanno lo stesso valore legale di quelle tradizionali. Questi importanti fattori hanno portato negli ultimi anni a un continuo aumento delle iscrizioni. E se nell’anno accademico 2010/11 il totale era inferiore alle 40.000 unità nel 2017/18 il numero è salito fino a superare i 93.000 iscritti.

Dal 2015 più di 38.000 iscritti, per una crescita di oltre il 69%

Gli aumenti più significativi riguardano le iscrizioni effettuate negli ultimi tre anni accademici considerati, che indicano un cospicuo incremento della partecipazione ai corsi di laurea online avvenuto fra il 2015/16 e il 2017/18, con un balzo in avanti di più di 38.000 unità in confronto al 2014/15, per una crescita di oltre il 69%. Le facoltà disponibili non comprendono solo discipline umanistiche, ma anche materie più tecniche, come un corso di laurea in ingegneria online. Grazie a una ampia varietà di scelta fra cui poter trovare il percorso più affine ai propri interessi.

Dalla laurea triennale a quella magistrale al Master online

Una possibilità fra le tante è quella di conseguire una laurea in giurisprudenza online, aprendosi la strada verso diversi sbocchi professionali, per esempio come avvocato in uno studio o come consulente legale in aziende private.

Insomma, sempre più persone sono attratte dalle opportunità offerte dalle università telematiche, dalla loro accessibilità e facilità di fruizione, sia per un corso di laurea triennale che per una laurea magistrale, con la possibilità anche di proseguire il percorso con un Master online, riporta Adnkronos.

Un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi

Il tutto è semplificato dal supporto di un tutor personale sempre a disposizione per aiutare nella stesura del percorso di studi e offrire indicazioni preziose sul metodo di preparazione più proficuo, permettendo il conseguimento dei propri obiettivi nel minor tempo possibile. Le Università telematiche riconosciute dal MIUR offrono una preparazione approfondita e completa, consentendo di organizzare al meglio il percorso di studi secondo i propri tempi e di ottenere un titolo di studio con valore legale, che dà quindi la possibilità di accedere a concorsi pubblici, dare inizio a una promettente carriera lavorativa, oppure indirizzarsi verso una stimolante specializzazione.